Bella di nonna 

Questa che vedete in foto è mia nonna Germana da giovane.


Mi è tornata in mente quando ho letto questo articolo, in cui gli indigeni prendevano gli invasori per dei selvaggi perché non si tatuavano, manco fossero animali.

Questo stupore e raccapriccio nei confronti della pelle “nature” mia nonna lo condivideva in pieno. Se c’era un modo per mandarla fuori di testa, a parte la strategia militare degli USA, era proprio questo.

Non poteva capacitarsi del fatto che qualcuno non trovasse necessario truccarsi prima di uscire o non occuparsi del taglio regolare dei capelli.

Per lei era l’equivalente di un ritardo grave, qualcosa che dimostrava che non era opportuno che tu abitassi da solo.

Tipo che una comincia che non si trucca la mattina e finisce che apre il gas e ammazza tutta la palazzina, un dramma sociale.

E guardava noi nipoti che ogni tanto le esponevamo qualche teoria innovativa sulla “bellezza naturale” come se avessimo appena avuto un ictus.
“Cosa credi, che Angelina Jolie la mattina si svegli già così? Mica te lo vengono a dire a te, ma si curano eccome!” tuonava. I pilastri di segretezza e disciplina assimilavano il suo senso della cura di sé allo sistema di valori di un corpo scelto di Intelligence.

Io ero la nipote più recettiva. Se fossi stata Holly, io sarei andata a fare colazione da Sephora. Sono caduta in un amore assolutamente corrisposto per la cosmesi e il make up quando ebbi tra le mani il mio primo L’Oréal Paris Corolle verde mela nel 1997.

E da sette anni una multinazionale della cosmesi è la principale destinataria dei miei accurati report e dei miei algoritmi su quanto, dove, come si parla dei loro prodotti e chi lo fa; questo mi ha garantito una competenza enciclopedica e un flusso in uscita di finanze di proporzioni alluvionali. Forse avrei dovuto farmi un’assicurazione per sovraesposizione al marketing o qualcosa del genere.
Lei è l’unica che non aveva trovato quantomeno curioso che una che fa una tesi di laurea in algebra e statistica provi autentica gioia nell’applicare tali sofferte competenze al mondo della cosmesi.

E questo perché lei sapeva che si tratta di un argomento terribilmente serio.
Durante i suoi 17 anni (diciassette, no due giorni) di terapie per arginare i tumori che la bombardavano non ha mai scordato di mettere la crema da notte.

Si truccava per andare a fare le terapie, perché “non è che siccome quei poveracci stanno in ospedale tutto il giorno allora si meritano di vederti abbrutita”.
Almeno una volta l’anno facevamo una gita nella sua profumeria di fiducia (lei aveva sempre qualcosa che le mancava da usare come scusa). Lì passavamo tutto il tempo che volevamo provando, studiando, confrontando, testando. Una volta l’anno, di solito per Natale, mi arrivava qualcosa che io non mi sarei mai e poi mai potuta permettere: una crema idratante Sisley, un tonico Chanel, mascara-kajal, un blush.

E io naturalmente usavo tutto con religiosa costanza. Assumevo il tonico di Chanel la mattina alle otto come se fosse cortisone, spalmavo le creme recitando preghiere di benedizione e disegnavo tratti di eye-liner con mano da chirurgo.
A mano a mano che crescevo lo scambio diventava sempre più alla pari. Lei conservava gli Elle dove aveva visto qualche pettinatura che secondo lei mi sarebbe stata bene, io le facevo un riassunto dei lanci più validi dell’anno. Lei era fortissima sul “copia il look delle star”, cosa su cui io invece non mi sono mai applicata.

Non vivevamo vicine, ma non importava.
Tre mesi fa ho ripensato a lei.

Ho sentito e ripetuto mentalmente tutti i principali suggerimenti e insegnamenti.

Il sedici giugno, insieme a mia madre, mi sono messa di fronte il mio arsenale di pennelli e i trucchi che avevo comprato insieme a mamma durante un blitz da Sephora (“E porta tua madre a comprarsi qualcosa, non vedi che quel rossetto le sta male?”).

Ho steso il primer di Sisley, una BB di Dior (“Esci pure senza mutande ma non senza fondotinta!!”), due illuminanti diversi (“Gli zigomi sono la parte più importante del viso!”), il blush (“Ce l’hai il blush?” me lo chiedeva come “ce li hai i soldi”, così, prima di uscire. “Senza blush sembri malata!”), il primer sugli occhi (“ecco, questa è una bella invenzione”) e ho fatto la mia personale opera d’arte.

Ho finito con una tinta di Yves Saint Laurent, e poi ho passato in rassegna il risultato. Persino i capelli erano a posto, miracolo. L’ho mentalmente ringraziata.
Mi sono truccata da sola il giorno del mio matrimonio perché ho assorbito la forza che proviene dal rituale. Prima di ogni spettacolo ho trasformato l’ansia in un disegno sul viso. Prima delle lauree, ho disegnato le mie speranze. E non importa se tre anni di traslochi e vita un po’ nomade hanno un po’ ridotto il tempo e lo spazio che ho a disposizione.

È il rituale che conta.

Pink Attitude

[Colonna sonora per il post]

Il rosa è un colore tipicamente femminile e questo è cosa nota. Meno noto è il fatto che non è sempre stato così. Infatti fino ai primi anni del ‘900 era l’azzurro il colore tipicamente attribuito al genere femminile, tant’è che anche la Madonna in tutte le raffigurazioni pittoriche, indossa un manto azzurro.

E allora, cos’è successo?

Il rosa era sempre stato abbinato al genere maschile, perché è una variante del rosso e simboleggiava virilità e forza, mentre il blu e la sua variante azzurra, erano considerati più raffinati ed eleganti ed erano associati al genere femminile.

Tuttavia negli anni 30 e 40 qualcosa è cambiato. Gli uomini hanno iniziato ad indossare colori scuri e le donne hanno dovuto sostituire in fabbrica i loro compagni impegnati in guerra. Così, forse per affermare il loro ruolo attivo nella società, hanno cominciato ad adottare il colore rosa, fino a quel momento appannaggio maschile. Erano le prime avvisaglie di femminismo.

Da un punto di vista scientifico, è stato dimostrato che il rosa fa abbassare la frequenza cardiaca e provoca un senso di benessere e di rilassamento. Per averne un’ulteriore conferma, le pareti delle celle di alcuni penitenziari americani vennero dipinte di rosa. Si osservò una significativa diminuzione degli episodi di violenza e il colore rosa venne quindi mantenuto.

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Quante sfumature di rosa conosciamo? Tantissime! Nel 1936 la famosissima stilista Elsa Schiaparelli ne creò una tutta sua: il Rosa Shocking. Con questo colore vestì non solo le sue clienti, ma anche il suo profumo, Shocking de Schiaparelli, appunto. Il successo fu grandioso e il colore divenne una tinta conosciuta e riconosciuta da tutti.

Profumi alla rosa ne abbiamo? Tantissimi! E amatissimi da tutte noi.

Io stessa ho portato per anni Paris di Yves Saint Laurent, Tea Rose e Jean Louis Sherrer. Quando parliamo di profumo alla rosa immaginiamo subito qualcosa di leggiadro, delicato, romantico, tipicamente femminile.

Si tratta però di un luogo comune che la profumeria in generale e quella di nicchia in particolare, stanno smantellando in questi ultimi anni.

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In questi anni di promiscuità, miscellanea e fluidità di genere, anche il profumo si è adeguato e le aziende essenziere non esitano ad osare abbinamenti considerati insoliti per la profumeria maschile.

Quindi oltre ai fiori che già venivano utilizzati, quali garofano, lavanda, violetta e geranio, la rosa viene usata molto spesso e addirittura spicca su tutti gli altri. Possiamo quindi trovare delle bellissime fragranze dal bouquet inaspettato, insolito e anche un po’ romantico. E soprattutto, possiamo usare gli stessi profumi del nostro lui!

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La pelle che parla

C’è chi li ama, c’è chi li odia. Ma di che cosa si tratta veramente? I tatuaggi. Perchè si fanno e come mai si vedono sempre più spesso? Le risposte fanno capire che si tratta di un fenomeno vasto e trasversale.Fanno capire la centralità del nostro corpo nell’esprimere “chi siamo” e da “dove veniamo”.

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Steve McQueen

Un tatuaggio non può non essere affascinante. È un mezzo attraverso il quale un’individuo costruisce simbolicamente la propria identità. Qualsiasi cosa sia, la persone la ritiene cosi costituente di sè che sceglie di farla inscrivere sul proprio corpo. Proprio per questo un tatuaggio provoca domande come: Cosa significa? Come mai l’hai fatto?
Non si tratta di un fenomeno recente, è da migliaia di anni che vengono praticati i tatuaggi. I piu antichi risalgono a 5.000 anni fa come si possono vedere sulla mummia di Ötzi. Dagli studi svolti appare che i suoi 61 tautaggi avessero soppratutto uno scopo terapeutico. Anche tra gli antichi Egizi non erano puramente estetici. I tautaggi venivano portati da donne e si trattava di sequenze di simboli sull’addome che dovevano proteggere la donna durante la gravidanza e la nascita del bambino. Tra popoli come i precolombiani e nella cultura di Pazyryk (Altaj) invece, i tatuaggi si presentavano in elaboratissimi disegni di creature mistiche e segnalavano lo status sociale della persona.

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Mila Kunis as Lily in Black Swan

I pareri sui tatuaggi variano, ma non si può negare che nell’ultimo decennio c’è stata una crescita sfrenata di questo fenomeno ed è entrato a fare parte della pop culture. Secondo un sondaggo Istat, 13 su 100 italiani hanno un tatuaggio e tra questi più della metà sono donne. L’aspetto interessante però è che mentre una volta le persone facevano i tatuaggi per essere ‘outsider’, ora vengono fatti per diventare ‘insider’. Questo è dovuto al boom di tatuaggi tra le celebrità, il successo di reality dedicati ai tattoo shop, serie TV e anche i social media. Si tratta di un fenomeno che attraversa confini di classe, genere, età e background; non è più taboo.

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Jane Doe in Blindspot

Viene naturale a questo punto chiedersi se sono davvero tutti simboli con profondi significati oppure se vengono fatti con puri scopi estetici. Infatti, a parte il significato, un tatuaggio crea anche una specifica aura attorno a una persona: di mistero, fascino, forza. Tutti aspetti che possono risultare molto attraenti. Ma ne vale la pena segnare permanentemente il corpo solo per l’estetica? E quando ti stuferai cosa farai?

 

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Lisbeth Salander in The Girl
With the Dragon Tattoo

Il mio l’ho fatto a 18 anni. L’ho dedicato al mio migliore amico, al marito della mia mamma e a colui che da quando ho 8 anni chiamo papà. Quell’anno per me era segnato da cambiamenti importanti come l’inizio del percorso universitario (vedere: L’ingrediente fondamentale per ottenere il massimo dai tuoi anni all’università e Vale ancora la pena studiare all’università?), ma soprattutto dal trasferimento del mio papà per lavoro in Congo-Brazzaville. Sarebbe stata la prima volta che non avrei seguito la mia famiglia in giro per il mondo. Ho il sorriso di mia mamma che mi ha dato la vita, le mani e i capelli di mia nonna che mi ha cresciuto, ma volevo qualcosa anche dell’incredibile persona che era diventata mio padre. Il tatuaggio mi ha permesso di avere questo. Tuttavia ci si può chiedere: ma è neccessario trasformare qualcosa che già hai nel cuore in qualcosa di estetico, di visibile a tutto il mondo? Perchè non tenerlo per se?

Francesco Remotti, un noto antropologo italiano, introduce il concetto di antropopoiesi per riferirsi al processo di costruzione dell’identità umana. L’uomo infatti è incompleto affinchè attraverso pratiche come la modificazione del corpo non acquisisce la componente culturale che lo renderà più umano (leggi qui).

I tatuaggi in tale contesto non sono solo un intervento estetico, ma un mezzo per raccontare chi siamo. E la vostra pelle cosa racconta?

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Imparare a perdersi e perdere se stessi

L’estate è notoriamente il periodo delle ferie e quindi dei viaggi. Qualcuno partirà per mete lontane, magari mai viste, altri andranno nella località di villeggiatura già conosciute e alcuni non potranno permettersi nulla di questo e rimarranno semplicemente a casa.

C’è un film che mi ha ispirato a scrivere questo pezzo, una pellicola che rivedo sempre volentieri e che riesce ogni volta a emozionarmi prima e farmi riflettere poi, ossia I sogni segreti di Walter Mitty. La riflessione che vorrei condividere in queste righe riguarda il senso del viaggio e di se stessi a partire proprio da questo (a mio personalissimo gusto) bellissimo film (il trailer ufficiale qui).

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Il viaggio da sempre è associato a un doppio movimento, uno esterno, fisico, ossia lo spostare il proprio corpo, e l’altro interno, metafisico, ossia spostarsi rispetto a vecchi punti di riferimento. Negli ultimi anni i viaggi sono un business mainstream e in rete è pieno di pacchetti e proposte che potrei definire sensoriali. Luoghi, come le spa, i cammini, ecc., che propongono esperienze autentiche, in grado di farvi ritrovare voi stessi.

Eppure vorrei fermarmi un attimo a ragionare: ha davvero senso cercare se stessi nella nostra società? Siamo bombardati da stimoli che ci ricordano chi siamo: i nostri documenti di identità (spesso con foto che vorremmo dimenticare), le tessere dei mezzi o delle catene di negozi, per finire con i social network, dove campeggiano le nostre immagini e le nostre storie. Mi sembra che ci sia, al contrario, una sovrabbondanza di considerazione del proprio sé (cosa questo voglia dire nella nostra era digitale sarebbe interessante indagarlo). Forse, se la mia tesi è convincente, ha più senso perdersi e perdere se stessi piuttosto che trovarsi.

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In antropologia il viaggio è uno dei fondamenti inteso non tanto come percorre km quanto piuttosto raggiungere uno stato di spaesamento.

È in questo attraversamento di confine di senso che si ha la possibilità di lasciare che il mondo, inteso come tutto ciò che non siamo noi, ci avvolga e a volte ci sommerga.

Walter Mitty trascorre una vita ordinaria; ha un lavoro in fondo niente male, anche se rischia il posto (è un figlio della precarietà), e ha sogni. Sogni molto vividi. In ogni sogno ciò che cambia in primis è se stesso. Ad un certo punto però Walter decide che il mondo onirico non basta e parte davvero.

Nella mia personale lettura del film, questo lungo viaggio, motivato dalla ricerca di un oggetto, è un percorso per perdersi e perdere se stessi. Sono tanti gli episodi durante i quali Walter si guarda attorno senza sapere esattamente dove sia (per fortuna non ha Maps a ricordarglielo ogni metro) e sono diversi i momenti in cui si ritrova a perdere pezzi della sua storia, dei suoi ricordi, delle sue certezze. Li lascia in una terra sconosciuta, li scambia con qualcosa di nuovo, li offre come pegno. La cosa importante da sottolineare è che queste perdite, e il conseguente spaesamento, sono volute, ricercate.

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Nella nostra società parlare di perdita di se stessi, di smarrimento, di spaesamento significa parlare di concetti negativi (vi sfido a fare una ricerca in internet e dirmi il contrario). Siamo costantemente focalizzati su chi siamo, su dove vogliamo andare e chi vogliamo essere. C’è poco altro che non riguardi noi stessi. Una ipertrofia dell’ego.

Ma se ogni istante della nostra vita abbiamo qualcosa che ci rinchiude dentro il nostro mondo come si può far entrare qualcosa di nuovo dentro le routine di tutti i giorni?

All’interno del film la scintilla che innesca una serie di esplosioni a catena dentro il personaggio è una donna, ma nella nostra vita che importa quale sia la natura di questa scintilla? Può essere una persona, un bisogno interiore o qualsiasi altra fonte.

La mia è stata il bisogno di mettermi in discussione, di lasciare andare cose, e questo mi ha portato a spaesarmi a Stoccolma, a Praga, a Cracovia, in un paesino della Lapponia. Il punto non è il luogo. Questo potrebbe anche essere la via dietro casa vostra. Piuttosto è quello che lasciate uscire di voi lungo la strada come prima cosa. E infine accogliere completamente la sensazione di spaesamento che vi raggiunge nel momento in cui realizzate di non avere le cose nel vostro assoluto controllo, di non conoscere a memoria le strade che state percorrendo, di non avere familiarità con le persone che incrociate.

Non importerà in quel momento chi siete (ritroverete voi stessi una volta tornati tra le mura amiche), né cosa fate o quali siano i vostri progetti. Importerà solo fare esperienze: mangiare qualcosa di mai provato in un posto nuovo, parlare con sconosciuti di un argomento trovato al momento, osservare qualcosa in cui vi siete imbattuti per caso. Lasciate che sia il mondo a riempirvi di cose nuove, ma per fare ciò, lasciate prima degli spazi vuoti.

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Il risultato sarà, non un totale e eterno smarrimento, ma un arricchimento di voi stessi, una messa in discussione e una crescita.

Per cui, durante le ferie, ovunque siate, provate a liberarvi del vostro Ego; fuori ci sono storie incredibili che meritano di essere conosciute.

«Ground Control to Major Tom, commencing countdown, engines on, check ignition and may God’s love be with you.»

(D. Bowie – Space Oddity)

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Per approfondire leggi anche:

La vera natura del viaggio, ovvero quello che le agenzie di viaggio non dicono

COSA METTERE NELLO ZAINO PER IL TUO VIAGGIO PIÙ LUNGO

HAI IL GENE DEL VIAGGIATORE?

WILD: un lungo viaggio verso se stessi

Turista o Viaggiatore?

BELLO E’ MEGLIO! Ma cosa è “bello”?

Cos’è la bellezza?

E’ un’idea universale?

Perché esiste l’idea di bellezza e perché è tanto importante?

Con questo post qualche spunto di riflessione…
Secondo gli antropologi, quella che noi chiamiamo bellezza è un insieme di pratiche che mirano a dare un significato al corpo.

Il corpo è carne, appartiene al mondo della natura, ma è anche qualcosa di più.
Attraverso il corpo, le sue movenze, i modi d’atteggiarci, il trucco, l’abbigliamento diamo significato alle nostre azioni e fondiamo il nostro senso d’identità come esseri umani e come persone.

Attraverso la cura del corpo, tutte le popolazioni in qualsiasi epoca hanno cercato di marcare la distanza da uno stato di natura, dal caos, dal caso, dalla violenza, dal male.

Dare bellezza è dare ordine -qualsiasi esso sia- al vuoto, alla potenziale mancanza di senso della vita.

Il termine ‘bellezza’ deriva dal latino bellus che è diminutivo di una forma antica di bonus, ovvero buono, e quindi indica questa intima connessione tra l’idea di bello e
quella di bene.
Le forme della bellezza, le convenzioni e i canoni, però, variano da cultura a cultura e anche nel tempo perché si adattano al contesto, come puoi leggere in Storie di Capelli.

Le famose Veneri del Neolitico, per esempio, erano le Belen Rodriguez delle prime civiltà, in quanto simbolo di fecondità e abbondanza (forza curvy, alla riscossa!).

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Ai giorni nostri, nella società della sovrabbondanza e dei consumi, i simboli di bellezza più diffusi si riferiscono invece alla magrezza, spesso estrema, dei corpi. Ma non c’è nulla di oggettivo o intrinsecamente giusto in ciò; una storia raccontata da un celebre antropologo francese a metà del 1900, Claude Levi-Strauss, è esemplificativa in questo senso.

Claude si trovava tra i Caduveo, una popolazione che vive nel sud del Brasile. I Caduveo sono famosi per gli elaborati tatuaggi che ricoprono il loro viso e il loro corpo.
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Claude racconta dell’incontro tra i Caduveo e dei missionari europei: i missionari consideravano i Caduveo dei primitivi selvaggi che deturpavano la purezza del corpo data da Dio.

Ma la cosa divertente è che i Caduveo esprimevano lo stesso giudizio nei confronti degli europei: scandalizzati e disorientamento dai corpi degli occidentali, lasciati nudi e crudi come animali, senza alcun segno di distinzione e di civilizzazione.

Infatti questa era la funzione dei tatuaggi, per i Caduveo: un segno distintivo di civiltà.
Al giorno d’oggi, in cui le differenze tra culture non sono più così totalizzanti ma ognuno di noi ha la possibilità di navigare tra culture diverse e trovare la propria dimensione (vd questo post), anche il concetto di bellezza si adegua.

Ovvero, ognuno di noi può trovare cosa è bellezza per sé, cosa fa stare bene, cosa dà ordine e significato alla propria esistenza…allora, quale è la tua?

Ti serve qualche altro spunto? Ecco qua:

  • Una mostra passata sulla bellezza nella civiltà Maya
  • Una mostra futura su Botero (immagine di copertina) Ti chiedi perché Botero raffigurasse solo persone grasse? Per lui non era così, senti cosa ha da dire in merito: “non dipingo donne grasse. Nessuno ci crederà, ma è vero. Ciò che io dipingo sono volumi. Quando dipingo una natura morta dipingo sempre un volume, se dipingo un animale lo faccio in modo volumetrico, e lo stesso vale per un paesaggio. Sono interessato al volume, alla sensualità della forma. Se io dipingo una donna, un uomo, un cane o un cavallo, ho sempre quest’idea del volume, e non ho affatto un’ossessione per le donne grasse”… se lo dice lui…

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STORIE DI CAPELLI: significati, esperienze e coraggio!

“Tanto sono solo capelli”, un’espressione che mi è stata rivolta spesso, mentre decidevo se tagliare la mia lunghissima chioma.

Ma sono davvero “solo” capelli? Durante una ricerca svolta in Ghana ho scoperto che sono una posizione politica e sociale, una moda, un’espressione di self-love e molto altro.

La notte del 13 settembre del 2016 non riuscivo ad addormentarmi. Il giorno dopo avevo un appuntamento con la mia parrucchiera di fiducia alla quale volevo chiedere di tagliare ben 50 cm dei miei capelli. I motivi dei timori erano di varia natura ma il più importante era legato al mio background russo. Da quella parte della mia famiglia la bellezza di una donna è sempre stata misurata in base alla lunghezza dei suoi capelli. Tagliarli era come annunciare esplicitamente “voglio essere brutta”. Mi tranquilizzavo convincendomi che “tanto sono solo capelli, ricresceranno”. Però non è proprio cosi, non sono “solo capelli” – sono l’estensione di noi e sono il risultato di scelte fatte con cura. Ci identificano, ci rendono chi siamo. Allora, perché ho deciso di tagliare una preziosissima parte di me? La mia decisione era il risultato di un viaggio in Ghana.

Ero partita per il Ghana con l’intenzione di esplorare un fenomeno molto interessante, il ritorno dell’afro. Questo stile era dovunque: nei giornali, sui social e fra le mie amiche del West Africa che avevo conosciuto durante soggiorni a Luanda, Punta Nera ed Accra. Volevo vedere quale logiche stavano dietro alla ricomparsa dei capelli naturali ed ero convinta di trovare una risposta nel paese dove il pan-africanismo (un movimento per la solidarità di popoli di discendenza africana) ha avuto una forte presa. La scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie, in un’intervista data a Channel 4 News, aveva detto

“black women’s hair is political”

Credevo profondamente in questo legame e volevo trovare conferme. Nelle interviste svolte il discorso politico ha avuto un importante ruolo, però è emerso anche un discorso attorno a questioni come la moda, sentirsi belle e avere alternative.

Dal lato politico e sociale della questione, la scelta di una pettinatura o di un taglio è circondata da costrizioni. Molte donne ritengono i capelli lisci fondamentali per integrarsi in un ambiente di elite e nel mondo professionale. Alla base di questa concezione sta l’altissima presenza di stranieri e di aziende estere in Ghana, arrivati in gran parte dopo l’indipendenza. In molte di queste aziende il management, e quindi le persone che rappresentano il successo, è spesso rappresentato da espatriati bianchi. Anche i luoghi frequentati per lo svago tendono a riflettere questo rapporto di divisione in base al colore della pelle. Per integrarsi nell’ambiente diventa importante adattare anche certe caratteristiche dell’aspetto fisico che possono “sbiancare”. Stirare i capelli fa parte di questo.

La pubblicità di un hair relaxer ad Accra.

In tale contesto i capelli naturali sono un simbolo di ribellione e spesso vengono visti male dai colleghi e famigliari, per sapene di più sul pensiero dominante leggi qui.

Lo stile era partito nei primi duemila con poche donne appassionate che mostravano la loro resistenza alla supremazia bianca e facevano vedere al mondo i loro capelli naturali. Sottolineavano la semplicità e il dinamismo di questo stile. Infatti un’idea condivisa da molte era che i capelli africani crescono pochissimo e non possono essere adattati a stili diversi. Queste idee venivano smentite e l’afro diventava un’interessante alternativa. Negli anni successivi, per una serie di motivi legati alla moda, ai social e alla maggiore disponibilità di prodotti, i capelli naturali hanno iniziato a diffondersi. Con il tempo però hanno perso per molte il significato di self-love e resistenza ai valori di bellezza occidentale. È diventato uno stile alla moda e anche uno status symbol. L’afro infatti, non è democratico, è uno stile che richiede visite settimanali dalla parrucchiera e quindi è possibilie solo per coloro che hanno tempo e soldi.

Lupita Nyong’o, Maria Borges e Solange Knowles con i capelli naturali.

Un contributo enorme dell’afro era stato mostrare alle donne che hanno alternative nella cura dei loro capelli. Possono tenere le extensions, trecce, parrucche, possono stirare i capelli, ma possono anche semplicemente tenerli cosi come sono, al naturale. L’approccio ai capelli di moltissime donne ghanesi oggi è di apertura. Tutti gli stili sono apprezzati, c’e’ chi preferisce uno e chi preferisce l’altro ma non ci si ferma mai su una specifica pettinatura.

I capelli cambiano, si adattano alle esigenze, agli umori, ai periodi dell’anno e della propria vita.

Io ho tenuto i miei capelli lunghi per molti anni. Sia d’estate quando faceva caldo e si appiccicavano alla schiena, sia d’inverno quando mi facevano da coperta. Mi nascondevo dietro alla mia chioma nei momenti di insicurezza, ma rimanevo nascosta anche quando ero più coraggiosa e sicura. Insomma, i miei capelli non si adattavano sempre alle mie esigenze. Con gli anni, inoltre, ero cambiata e mi sembrava che non definissero più chi ero diventata. Quindi il 14 settembre, alle quattro del pomeriggio, ho salutato la mia lunga chioma e ho abbracciato la nuova me.

Dietro a ogni taglio o acconciatura c’è una storia. La vostra qual’è?


Prima e dopo.

HAI IL GENE DEL VIAGGIATORE?

Avete mai sentito parlare del gene del viaggiatore?

Ricerche antropologiche e genetiche hanno provato a verificare se la variante del gene DRD4-7r, che codifica per – cioè porta le informazioni per la produzione di – un recettore per la dopamina, porti l’uomo ad uno stato di irrequietezza che lo spinge a viaggiare.
La dopamina è un ormone che regola il senso di soddisfazione e di ricompensa ed è coinvolto anche nell’apprendimento.

Le testate giornalistiche e i blog hanno subito cavalcato la notizia senza comprenderla fino in fondo, definendo questa variante di gene “Il Gene del Viaggiatore”.

Ma le cose stanno veramente così?
Può un solo gene determinare se una persona è un viaggiatore o un turista, proprio come scrive Gio in questo post?

Se vuoi scoprire da cosa nasce questa tua voglia irrefrenabile di evadere lascia che ti porti indietro nel tempo, così lontano da scontrarci faccia a faccia con i nostri progenitori.

D’altronde anche questo è un viaggio. Un quesito, una necessità, un bisogno di sapere per cui occorre lanciare il pensiero un po' più in là e muovere tutti noi stessi verso lidi lontani ed esotici.

Siamo circa 200.000 anni fa, anno più anno meno.
Qualcosa deve essere andato storto: l’Uomo di Neanderthal se ne sta tranquillo in Europa, l’Homo sapiens invece comincia la sua espansione verso tutti i continenti. Cosa sta accandendo? Perché L’Homo sapiens decide di spostarsi? Cosa glielo fa fare?

L’Homo sapiens, dicono gli studiosi, era un ometto riflessivo, a tratti filosofico, attaccato alla famiglia e amante del gardening. E viveva in Africa.

L’Homo di Neanderthal invece viveva in Europa, era impulsivo, direi un filo instabile, propenso a deficit di attenzione, viveva un pò alla giornata. Era quel tipo lì, quello da una botta e via, quello bello e tenebroso, eternamente tormentato, quello che si annoia facilmente e che non riesce a stare fermo. Era anche intollerante al lattosio cosa che lo doveva rendere particolarmente irritabile. Gli piaceva la musica, ecco… immaginatelo come una rock star piena di peli.

Studi rivelano che l’Homo di Neanderthal possedeva proprio la variante di gene DRD4-7r, cioè il gene del viaggiatore.

La mutazione del gene, rispetto all’Homo sapiens, rende l’Homo di Neanderthal un individuo più difficile ma anche più curioso. Non si soddisfa facilmente, proprio per questa mutazione, non sente quel senso di appagamento che ha l’Homo sapiens quando guarda le sue piantine crescere. Proprio no, lui fermo a coltivare qualcosa non ci sa stare. Si sposta, conquista popolazioni di Neanderthal come lui ma poi, dopo aver violentato tutte quelle della nuova tribù eccolo di nuovo con il broncio a battere i piedi e a sospirare: “Che senso ha questa vita?”.

Intanto l’Homo sapiens, immerso nella sua mindfullnes, cerca ci creare circoli culturali, delle proloco, molti di loro sono vegetariani un pò hippy che vivono in piccole comunità.

Abbiamo delineato due profili così diversi che verrebbe subito da dire che l’Homo di Neanderthal con quel gene fosse il moderno travel-blogger. Si, con quel suo senso di irrequietezza, quella sua spavalderia che gli fa perdere decisioni ad altro rischio come io scelgo tra lo yogurt al cocco e quello alla vaniglia. Si, me lo immagino già con il suo backpacker fatto di pelle di mammut a guardare l’orizzonte e sentire dentro quel senso di vuoto.

Eppure, se guardi l’immagine che segue ti accorgerai che è proprio l’Homo Sapiens, quello calmo che fa mindfullness e dice “less is more”, a colonizzare tuuuutto il pianeta!

Come mai?

Perché si parte ogni volta che siamo costretti a cercare risposte altrove.

Circa 30.000 anni fa qualcosa relativo al clima o alla situazione geografica deve essere cambiato in modo importante, questo ha spinto l’Homo sapiens a viaggiare, a spostarsi un pò più in là per salvarsi. Forse terremoti forti muovevano la terra, forse il clima diventava sempre più arido e il Sahara avanzava. Non si sa con certezza ma si sa che qualcosa deve aver smosso carovane di nostri antenati versi nuovi orizzonti.

Per l’Homo sapiens non deve essere stata una passeggiata. Soprattuto quando ha incontrato l’Homo di Neanderthal con quel caratteraccio. Eppure, qualche adolescente in preda a tempeste ormonali ci deve aver dato dentro e alcuni geni dell’Homo di Neanderthal sono arrivati fino a noi.

Si, ognuno di noi ha al massimo un 4% di geni dell’Homo di Neanderthal (sei intollerante al lattosio? Ora sai di chi è la colpa?). Potresti essere anche in quel 20 % della popolazione mondiale ad avere il famoso gene DRD4-7r.

Eppure l’Homo Sapiens, anche senza questo gene, si è spostato e grazie a questo passo ha messo piede in tutto il mondo, sopravvivendo fino al XXI secolo.
In 200.000 anni, partendo dall’Africa ha scoperto, l’Europa, l’Asia, l’America e perfino la Polinesia (si, proprio quella dove non potrò mai andare perché troppo cara), ha messo piede sulla luna e ora ce sta’ a prova pure con Marte!

Bene se non fai parte di quel 20 % che possiede questo gene forse non sentirai un bisogno innato di muoverti dal divano. Ma la necessità di vedere oltre ciò che circonda può fornirci gli strumenti per vivere in questo mondo costantemente in movimento. Dopo tutto all’Homo Sapiens non è andata così male.

Quindi un viaggio vero si affronta solo se c’è un motivo vero, se c’è una necessità , se ci interessa vedere cosa c’è oltre l’oceano. Per tutto il resto ci sono i pacchetti turistici, i resort e gli all inclusive (per i più temerari c’è anche il divano di casa con l’abbonamento a Netflix)

Potremmo volerlo fare per milioni di motivi questo viaggio, per avere qualcosa da raccontare durante le cene noiose, per sentirci più forti, per imparare cose nuove, per conoscere culture differenti, per … potrei continuare all’infinito.
Perché la vera morale che ci insegna questo lungo viaggio durato 700.000 anni è che ci si deve muovere per vivere!

Quindi la vera domanda è: sei pronto ad evolverti?

[L’Homo di Neanderthal sembra essersi estinto a causa di malattie trasmette dall’Homo sapiens, il che sfaterebbe il mito che viaggiare è rischioso mentre starete a casa propria è sicuro, ma a me piace pensare che quel suo carattere troppo esuberante non gli abbia permesso di prendere decisioni di gruppo in grado di portarlo alla salvaguardia della specie, un po’ come stanno facendo alcuni politici durante i summit mondiali]

Per approfondire l’argomento leggi questo interessante articolo del National Geographic sui geni irrequieti.