3 cose che dici che ti stanno rendendo povero – Parte Terza

Hai letto la prima e la seconda puntata? In questo post concludiamo la lista delle fondamentali frasi che ti ripeti e ti impoveriscono, e come uscirne in scioltezza.

3. “Beh dai lo compro a rate, mi meriterò uno sfizio no?” Ecco un ragionamento che ti renderà povero per sempre. Una cosa è un’auto, con cui vai a lavoro e che quindi contribuisce alla produzione del tuo reddito. Un’altra è l’iPhone se non hai messo da parte nulla per comprarlo. Se sei un impiegato con trentacinquemila euro di imponibile un telefono da mille euro non è uno sfizio, è due rate di mutuo. Cerchiamo di chiamare le cose con il loro nome: un kinder Bueno è uno sfizio. Un accessorio che ha un costo dello stesso ordine di grandezza del tuo stipendio è o un investimento (e allora deve contribuire al tuo reddito come la macchina di cui sopra) o un signor regalo.

Se hai risparmiato abbastanza per averlo, un regalo acquista un significato decisamente superiore, e qualunque bambino che abbia messo da parte la paghetta può confermarlo. Le rate non sono nate per fare un favore a te. Sono nate per accedere a fette più larghe di mercato, fine.

Perché ci impoverisce? Perché ti impone una spesa mensile che mentalmente non stornerai mai mentre valuterai altri acquisti, quindi rischi di perdere il controllo delle tue finanze (soprattutto se è un’abitudine) e il giorno in cui scopri di non poter pagare il dentista sono guai seri.

Come ci difendiamo? Rinunciare a qualcosa che ci piace è triste. A nessuno piace accontentarsi, in particolare se vivi in un ambiente in cui si fa ampio sfoggio di accessori ed equipaggiamenti vari. Qui interviene la forza di volontà e la motivazione che ti spinge a scegliere qualcosa che per te ha davvero valore, rinunciando a qualcosa che in fondo ti fa felice per poco (fermo restando che un iPhone, se ci lavori, rientra nella casella “investimento”). Se però qualcuno ti fa notare che hai un cellulare meno che figo (sì, ci sono persone che lo fanno, tenerini) guardalo in mezzo agli occhi e chiedigli “perché me lo stai dicendo?”. Ah. Bello scenario. Ora lui deve arrampicarsi sugli specchi per non passare da stronzo. Sii sempre calmo. Chiedi solo perché. Gentilmente e col sorriso. In questa maniera sposti il focus da te a lui ed è lui quello che deve sfangarla.

Questi sono solo tre casi, ma l’elenco sarebbe infinito. Alla fine, le risposte che vi suggeriscono gravitano tutte intorno a “fatti i cazzi tuoi”, ma detto in modo che vostra madre non si vergogni di voi.

Ma se volete ricordarvi un solo punto, scegliete questo: mai giustificarsi e dare spiegazioni. Voi siete i responsabili delle vostre scelte e di come usate i vostri soldi. Non permettete a nessuno di trascinarvi in uno stile di vita che vi mette in difficoltà. Non vi giustificate se non andate in quel locale o indossate lo stesso cappotto per due anni di fila.

Le cose possono rendervi davvero un po’ felici, purché le scegliate con amore e convinzione.

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3 cose che dici che ti stanno rendendo povero – Parte Seconda

Nellaprima puntata  abbiamo visto che alcune verità che ci ripetiamo come assolute in realtà ci portano ad impoverirci come una città che vuole organizzare le Olimpiadi senza poterselo permettere.

Il primo punto esaminava perché insistere con il “Bisogna spendere in esperienze” può essere una manovra sbagliata.

Vediamo quale è il secondo punto!

2. “Mi hanno invitata a un matrimonio, devo comprarmi un vestito”. Questo è vero solo se non hai un guardaroba pianificato come si deve. Nessun vestito è pensato per essere indossato una volta sola, è un’abitudine folle. E, spoiler, nessuno si ricorderà se avevi un vestito nuovo o meno. Di tutte le mie amiche intervenute al mio matrimonio, non ho idea di chi avesse un vestito nuovo e chi no. Nessun cameriere ti chiederà lo scontrino degli abiti prima di farti entrare in sala.

Perché ci impoverisce? Penso sia ovvio. Un abito da matrimonio, con scarpe e una puntatina dal parrucchiere, finisce senza problemi nella fascia 150-300 euro. Se hai quattro matrimoni in un’estate, buona fortuna a metterti da parte due spicci.

Come ci difendiamo? Compra un abito favoloso per l’estate e un abito favoloso per l’inverno. Per favoloso intendo che è a budget libero. Di evento in evento cambia gli accessori, il trucco, i capelli. E se qualcuno ti fa notare che hai lo stesso abito dell’altra volta, sfodera un sorrisone e digli che “oh, l’hai notato? Sono così felice del matrimonio di Pierpiero e Phederyca che era proprio l’occasione per il mio abito preferito, anche Phederyca era entusiasta.” Tiè. In questo modo sposti l’attenzione dal finto obbligo sociale (comprarsi un abito) al vero motivo per cui fai una cosa (partecipare ad una festa onorando gli sposi con una stupenda versione di te).

Se vuoi conoscere il terzo e ultimo punto seguici

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3 cose che dici che ti stanno rendendo povero – Parte Prima

I soldi non fanno la felicità. Edit: i soldi non fanno la felicità, se li sprechi o li usi male.

Essendo cresciuti in un mondo in cui non passava giorno senza che al telegiornale non si annunciassero i peggioramenti di inflazione, crisi, disoccupazione giovanile e prezzo del petrolio, per noi i soldi hanno assunto una valenza di Santo Graal. 

Iniziamo a vederli tardi perché gli stage gratis sono la norma, e una volta avuti siamo bombardati di convenzioni, tradizioni, obblighi sociali secondo cui dovremmo spenderli.

Se vai a un matrimonio ci si aspetta che tu faccia un regalo da tot. 

Se esci il sabato sera spendi almeno così. 

Le ferie sono obbligatoriamente ad agosto ma l’aereo costa cosà.

 

 

Non siamo soli: molti giovani statunitensi si sono accorti che abitare in città in cui una bevuta costa diciotto dollari e un toast con l’avocado ne costa dodici può essere problematico, soprattutto se sei uscito dall’università con trentamila dollari di debito. 

I millenians quindi si stanno impegnando in una “dieta finanziaria” direttamente figlia del minimalismo.

Ora: io sono assolutamente a favore dello spendere i soldi, quando si tratta di occuparci di noi e di darci una scarica di dopamina. Ma ci sono alcune cose che ci ripetiamo, alcuni riti sociali che ci stanno rendendo più poveri di quello che saremmo se imparassimo qualche trucchetto per difenderci. E a noi l’autodifesa verbale piace tantissimo.

 

Pronti?

 

  1. Bisogna spendere soldi in esperienze!” Questo è un mantra che si ripete da anni, abbastanza anni per cui chi vende esperienze si è organizzato per far in modo di assorbire più soldi possibile da questi trionfo dell’immateriale. Ogni volta che spendiamo, sentiamo una vocina che ci dice “sei una brutta persona” o “sei una brava persona”. Questo è la summa del neuromarketing. Se spendi in cose che ti fanno sentire parte del gruppo giusto e ti fanno sentire migliore allora tutte le tue difese mentali saltano. Eppure la dicotomia “esperienze” versus “cose” non implica necessariamente che debbano vincere le prime. Comprarsi dei fiori freschi da mettere sulla tavola o un cuscino particolarmente comodo possono autenticamente darti gioia e migliorarti la vita, esattamente come un viaggio deludente può peggiorarla.

 

Perché ci impoverisce? Perché spendere alla cieca decine o centinaia di euro per una imperdibile gita in elicottero, o per dormire in una baracca senza elettricità su un’isola deserta, o per fare il bagno ad un elefantino sotto sedativi è la versione turistica di H&M. Fare tour forzati del sud-est asiatico due-giorni-in-ogni-posto è l’equivalente di un pomeriggio di shopping, ma pensato per impiegati che devono staccare la spina. È consumismo puro e semplice che serve a zittire la vocina che dice “non sto traendo il massimo di ogni esperienza! Non mi sto godendo la vita! Devo vedere tutto e riempirmi la testa di ricordi!”. La bulimia di esperienze, per quanto in buona fede, non ci renderà migliori (e, non ultimo, ci espone a truffe di ogni tipo. Il padrone della baracca senza elettricità sa benissimo che viene pagato di più se benestanti occidentali possono vivere la magia della notte senza luce, ma tranquilli che lui la luce in casa ce l’ha eccome).

 

 

Come ci difendiamo? Quando sarai alla macchinetta del caffè di ritorno dalle ferie e sarai invitato a raccontare delle tue vacanze, rimani sereno e riposato e dì: “Io ho passato le vacanze nella vecchia casa dei miei nonni per rilassarmi e scrivere. Come sai mi interesso di fotografia, e lì ho potuto ampliare il mio portfolio e avere la calma necessaria per scrivere i testi per la mostra che farò a ottobre. Inoltre ho potuto riprendere in mano vecchie ricette popolari e fare due settimane di detox dai surgelati e dormire, mi sento davvero meglio”. Poi guarda la faccia di chi non ha ancora smaltito il jet lag. Soooo cool. Le esperienze hanno valore in base a quello che gli dai tu. Dai, nell’epoca di Instagram davvero devo spiegarvi che in ogni angolo può nascondersi qualcosa di meraviglioso? Scegli le vacanze e le esperienze che ti fanno stare davvero meglio, non che zittiscono il tuo senso di colpa o alimentano il tuo desiderio di “anche io!! Anche io!!”. E quando decidi di partire, sii consapevole che dovrai fare delle scelte. E che nessuno è mai morto perché ha passato un pomeriggio a leggere nel giardino del bungalow anziché scapicollarsi verso la tappa successiva.

 

Leggi i prossimi articoli per scoprire i prossimi punti!

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Produttività: il segreto di cui nessuno ti ha mai parlato

Una cosa che al giorno d’oggi sicuramente non mancano sono le tecniche per aumentare la nostra produttività sul lavoro. Puoi leggere e studiare tantissimi libri su come dormire meno, lavorare più ore, scegliere le giuste bevande energetiche, usare meglio il tempo a tua disposizione, imparare a essere un multi-tasker (niente di più sbagliato) o lavorare in viaggio in modo efficace.

Oggi puoi facilmente imparare tutto questo e molto altro, per aumentare la tua produttività, semplicemente andando online o in libreria.

La maggior parte dei manuali che ti insegnano a diventare iper-produttivo si dimenticano, però, di dirti che questo modo di lavorare e di approcciare la vita finirà col tempo per incidere negativamente sulla tua salute e sulle tue relazioni. Gli esperti di produttività, solitamente, ti insegnano come portare a termine in modo rapido e efficiente un lavoro per avere più tempo per farne un altro e poi un altro ancora.
Ma a che pro?

Adesso ti svelo il mio più grande segreto per essere più produttiva, un metodo testato sul campo e alla base di ogni mia giornata lavorativa: fare meno.

Si, hai capito bene! Può sembrare un controsenso, ma fare meno ti aiuterà a realizzare più cose.

Prima di tutto dobbiamo rivedere la definizione di “produttività” perché quella attuale mi sembra chiaramente forviante. Quand’è stata l’ultima volta che puoi dire di aver finito tutto? Quand’è stata l’ultima volta che ti è capitato di pensare: “ Sono stato così tanto produttivo che ho portato a termine tutto quello che avevo da fare e domani non serve che mi alzi per rimettermi a lavorare”?

Diamo una nuova definizione al termine “produttività”

L’attuale definizione di produttività potrebbe andare bene per descrivere una catena di montaggio, ma noi siamo persone, non macchine.

Cosa cambierebbe se il termine produttività invece di indicare la capacità di fare il maggior numero di cose possibile nel minor tempo possibile, indicasse la capacità di fare solo le cose importanti, quelle che contano davvero, quelle che amiamo profondamente e che vogliamo davvero fare? E se la produttività si concentrasse non sul fare le cose il più velocemente possibile ma nel miglior modo possibile?

Se il tuo scopo nella vita è quello di vivere sempre agitato, sottopressione e stressato, e questo è davvero quello che desideri, allora i consigli che leggerai di seguito non fanno davvero per te. Ma se già ti trovi in questa situazione e ne sei esausto, ti senti schiacciato da questo stile di vita e di lavoro e desideri fare le cose in modo diverso allora continua a leggere.

Come essere più produttivo facendo meno.

Rivedere. Riesaminare. Correggere.

Forse non te ne sei mai accorto, ma siamo davvero bravi ad aggiungere impegni nelle nostre vite, mentre raramente ci troviamo, in modo intenzionale, a eliminarne. È arrivato il momento di fare una lunga lista di tutto quello che stai facendo, una lista che dovrai poi rivedere con calma e dalla quale dovrai togliere tutte quelle attività che non sono davvero importanti o che non ami fare. Osserva il tuo lavoro, la tua vita, le tue relazioni e modificala continuamente togliendo il superfluo per fare spazio alle cose che contano davvero.

Fare quella che io chiamo una “Love List”

Cosa ami fare davvero e perché queste cose sono sempre nella parte più bassa della tua lista di cose da fare? Se aspetti di aver fatto tutto quello che hai scritto sopra, se aspetti di aver lavorato abbastanza e di aver abbastanza tempo, non farai mai quello che davvero ami. Quindi, inizia a farlo adesso!

Riposare

Senza un numero adeguato di ore di sonno ti sarà fisicamente impossibile dare il meglio di te sul lavoro e nella vita. Se non sei riposato e in forma non potrai dedicare alla tua famiglia e agli amici le attenzioni che meritano. Quando sei stanco la tua creatività e la tua motivazione sono le prime a risentirne. Fermati e riposa.

Avere meno preoccupazioni

Se sei costantemente in ansia perché non sai come arrivare a fine mese, forse è arrivato il momento di uscire da questa situazione. Come? Con piccoli passi: pensa a come stai spendendo i tuoi soldi, ti serve davvero quello che compri o quello per cui stai pagando tutti i mesi un abbonamento? Cosa accadrebbe se ti liberassi definitivamente di alcune di queste spese? Inizia da quelle davvero superflue. In questo modo potresti lavorare meno per il denaro e dedicare più tempo alle cose che ami fare. Ci sono cose più importanti dell’accumulo di denaro fine a se stesso o delle spese inutili.

Rispondi “Scusa ma No!”


Spesso capita che quando le altre persone si accorgono che hai quasi finito di fare quello che ti eri prefissato ti chiedano una mano per portare a termine i loro lavori o te ne diano altri prima del tempo. Esiste un modo di dire che suona più o meno così: “Se vuoi che qualcosa venga fatta affidala a una persona impegnata”. Se ti sei trovato in questa situazione allora è arrivato il momento di metterti al primo posto e di rispondere alle persone che vogliono affidarti altro lavoro: “scusa ma non posso aiutarti adesso” e ti ritagli del tempo per te, per riposare, per festeggiare il lavoro portato a termine o per fare quello che più ami.

Sempre e solo lavori singoli

Diversi studi hanno rivelato l’importanza di impegnarsi su un solo lavoro alla volta e di quanto il multi-tasking, in effetti, non solo sia dannoso per noi, ma che, in realtà neanche esiste per come l’abbiamo sempre inteso. Ti invito ad approfondire questo tema andando a leggere i tantissimi articoli sull’argomento che puoi trovare sul web come Elogio della lentezza in un mondo multitasking.

Smettere di usare i risultati che si ottengono come metro di misura del proprio valore

Abbiamo quasi tutti una brutta abitudine, quella di arrivare a sera e valutare la nostra giornata dai risultati che abbiamo ottenuto. Se la nostra to-do list non ha abbastanza spunte e la casella di posta non è stata completamente svuotata, ci sembra di non aver fatto abbastanza e, di conseguenza, non ci riteniamo soddisfatti. Invece di misurare il tuo valore in base a quello che fai, prova a misurare il tuo valore in base a come fai sentire le persone che ti sono accanto. Valuta la tua soddisfazione giornaliera in base a cosa c’è nel tuo cuore e non nella tua lista delle cose da fare.

Già ti vedo scuotere la testa pensando che faccio in fretta io a dirti di fare meno e di prenderti tempo per le cose davvero importanti. Sono consapevole che in questo momento potresti avere più cose da fare di quante tu ne possa davvero portare a termine, so che stai pensando che come ti sei comportato fino a oggi sia l’unico modo possibile per gestire la tua vita. Anch’io vivevo così, pensavo esattamente le stesse cose, capisco benissimo il tuo stato d’animo. Passavo le giornate a cercare fuori da me i colpevoli di questa mia situazione, ma la “colpa” era solo mia. Ogni volta che potevo fare di più, produrre di più, lo facevo. Quando finivo le cose che dovevo fare, ne creavo altre. Facevo tutto il possibile per tenere il passo, seguire la corrente, sentirmi all’altezza delle aspettative degli altri e dimostrare a me stessa di esserlo davvero.

A un certo punto mi sono accorta che non poteva più funzionare, non sul lungo periodo, non mi stavo facendo del bene, non mi stavo rispettando e non mi stavo amando.

Ci saranno sempre cose da fare e da aggiungere alla nostra giornata.
Scegli di fare meno e fallo meglio.
Scegli di fare meno e portalo a termine.
Scegli di fare meno e fai solo quello che è davvero importante per te, per le tue relazioni e per il tuo lavoro.

COME SCONFIGGERE TUTTI I TUOI DUBBI

Avete mai avuto esperienza, nella vostra vita, in qualsiasi campo, del fatto che i dubbi sono spesso peggiori dei problemi?

Danno più fastidio, sono più urticanti, più difficili da debellare.

Se vi è tornato alla mente almeno un caso in cui avete provato ciò di cui parlo, avete presente già il perché, anche inconsapevolmente.

Un problema, infatti, è spesso qualcosa di pratico che incontriamo mentre siamo occupati ad agire: spesso ci siamo già messi in movimento e il problema ci si staglia davanti, impedendoci di continuare il cammino.

Piccolo esempio di vissuto comune: stiamo scegliendo un ristorante in cui festeggiare una ricorrenza con la nostra famiglia. Abbiamo quindi già scelto, vogliamo chiamare per prenotare, ed ecco lì che ci si para davanti un bel problema: come raggiungere il posto, visto che si trova in un paesino accessibile principalmente prendendo la funivia e noi soffriamo terribilmente l’altezza? Certo, ci si può arrivare in macchina, ma il tragitto è infinito e tutto curve e faremmo soffrire nostra madre che ha invece il mal d’auto. La soluzione risiederà probabilmente nel dividerci. Vedete come il problema è in questo caso qualcosa di pratico che incontriamo quando abbiamo già deciso, abbiamo agito e non riusciamo a fare il passo successivo per completare l’azione e prenderci ciò che vogliamo?

Il dubbio è molto più infido: molto spesso si insinua come un tarlo e ci impedisce fin dall’inizio di passare alla fase dell’azione!

Pensate a quel corso in palestra a cui volevate iscrivervi, quando siete stati presi di mira da una frotta di dubbi: “Non sarà troppo caro? Ma poi siamo sicuri che avrò voglia di seguirlo? Non è che sono tutte super allenate e ci faccio la figura della pippa?”.

Come va a finire nella maggior parte dei casi lo sapete bene voi quanto me: all’azione ed ai primi problemi operativi non ci si arriva proprio, i dubbi ci assalgono, si sedimentano mettendo radici e ci impediscono di fare il passo successivo.

Da consulente finanziaria, quando parlo con qualcuno che non ha mai investito i propri soldi, nonostante avesse iniziato ad informarsi, 99 volte su 100 è stato per colpa di uno o spesso più dubbi, quasi mai di problemi, che molto spesso sono risolvibili.

E molto spesso, purtroppo, mi rendo conto che non è così facile trovare una soluzione e quindi una risposta a quei dubbi: a volte non trovi il consulente giusto per te, a volte sei sommerso da mille altre cose e il fatto di investire i tuoi soldi ti sembra rimandabile e quindi non così urgente.

E allora come si fa?

Di sicuro una buona educazione finanziaria ti permette di riuscire ad orientarti meglio: non è importante che tu sappia tutto, ma che abbia alcuni concetti di base ben chiari in modo che tu possa creare collegamenti e capire anche cose mai sentite prima.

A volte non ci si affanna troppo, quando si tratta di investire, a trovare una risposta ai propri dubbi perché quello che c’è dall’altra parte e che si potrebbe ottenere non sembra poi così allettante.

Io stessa all’inizio peccavo di nebulosità e di scarsa concretezza (mi ci ha fatto riflettere proprio una ragazza del Mag Tonico, ciao Claudia! 😉): è vero che quando parli di “investimenti per il proprio futuro”, ognuno è libero di metterci e di rappresentarsi il futuro che più gli aggrada e l’obiettivo che vuole raggiungere, ma più spesso la nostra mente, in mancanza di un appiglio concreto, dichiara sciopero, incrocia le braccia e passa alla prossima bolletta da pagare o al prossimo vestito da comprare.

Ecco: ti piacerebbe ritrovarti dei soldi da parte, più di quelli che avresti avuto lasciandoli a poltrire sul conto corrente, per non avere più l’ansia delle bollette o poterti regalare quel vestito che guardi in vetrina sbavando? Oppure, vorresti investire in quel corso dedicato alla scrittura per il tuo business che al momento non pensi di poterti permettere? Magari tra qualche anno potrai farlo e potrai anzi permetterti ben di più, ad esempio quell’Academy di un anno in cui svilupperai con molta più completezza la tua idea imprenditoriale.

Insomma, creandoti una buona base di educazione finanziaria potrai, affidandoti ad un professionista, far sì che le potenzialità contenute in ciò che risparmi (svogliatamente) senza obiettivi fino ad ora diventino una realtà. Molte persone che leggono il mio blog mi dicono che pensavano che le cose fossero più difficili di così e soprattutto non alla loro portata: è bastata la lettura di alcuni post che dedico all’educazione finanziaria per spalancare delle porte finora chiuse.   Investire i tuoi soldi oggi potrebbe così voler dire investire su te stesso, e questo vale tanto che tu sia dipendente quanto che tu sia freelance.

Che ne dici, ne vale la pena di tirarsi su le maniche e provare a trovare una risposta a quei dubbi?

Fallire? Meglio prevenire

Conoscete il libro Pastorale americana di Philip Roth?

Una frase, in particolare, è passata alla storia, è diventata sfondo di desktop, di scarabocchi appesi ai muri da adolescenti arrabbiati o da adulti disillusi.

E’ quella che dice

Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di aver ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite… Beh, siete fortunati”. (pag.41 Pastorale Americana, Einaudi Super Et).

In questo post voglio parlarvi di fallimento e mi sembrava che questo brano fosse una buona introduzione: così come vivere vuol dire spesso non capire gli altri, vivere vuol dire sbagliare, vuol dire a volte fallire. Non sempre si trovano soluzioni o si riescono a tamponare i problemi, che possono inghiottirci e farci crollare.

Quanta positività, direte voi. Beh, penso che comunque si possa trovare una soluzione, che a volte consiste anche solo nel rialzarsi e ricominciare. L’avete letto il post di Elisa sull’argomento?

Non sempre si ha l’educazione finanziaria per capire che è necessario risparmiare e mettere da parte per la propria attività, ad esempio. Lavoro spesso con liberi professionisti e freelance e insisto spesso sulla necessità di crearsi un salvadanaio a cui attingere per diversi tipi di bisogni, o magari più salvadanai con diversi nomi: Formazione, Inps, Casa…Possiamo farli lavorare, quei

soldi guadagnati, invece di lasciarli a fare la muffa!

Nell’ultimo post vi ho raccontato la storia di un successo ottenuto grazie all’educazione finanziaria, in questo voglio raccontarvi che, a volte, si può fallire per la sua mancanza.

Giovanna aveva deciso di aprire Partita Iva, dopo essersi consultata con la sua commercialista: non ne poteva più del suo lavoro d’ufficio di cui non si sentiva soddisfatta e in cui non si sentiva gratificata. Seguire l’account social dell’azienda era fonte più di grattacapi che di soddisfazioni. Per questo, con l’esperienza di10 anni d’attività e tanto, tanto studio, decide di lanciarsi nella libera professione diventando Social Media Manager, seguendo dei clienti che si fidassero di lei e che le permettessero di mettere tutto il proprio sapere nel lavoro.

Però, c’è un però.

Giovanna aveva molte carte in regola per avere successo: competenza, passione, voglia di fare e di farsi conoscere, una mentalità pratica…ma non abbastanza per redigere un buon Business Plan e per pensare a quanto avrebbe dovuto tirare avanti senza grandi somme su cui contare.

Per iniziare al meglio, infatti, Giovanna aveva investito i soldi che aveva messo da parte negli anni da dipendente in formazione, quindi in corsi per fare il suo lavoro al meglio, nonché in un ufficio nuovo di zecca che si era ricavata in casa mettendo a soqquadro un soggiorno poco sfruttato.

Peccato che non si fosse fatta due conti, su quanto avrebbe presumibilmente guadagnato all’inizio, su come avrebbe pagato ciò che era abituata a potersi permettere e su quanto avrebbe dovuto aspettare per avere altri soldi da investire nella sua attività.

Il nuovo lavoro di Giovanna parte bene, prende dei primi incarichi importanti e ben pagati che le danno la carica e le fanno subito ben sperare: però, invece di pensare a tasse, giorni di magra e spese impreviste, li spende tutti in cene di festeggiamento, pranzi offerti ai clienti, costose trasferte.

Sarebbe bastato poco, come darsi l’abitudine al risparmio con un Piano di Accumulo oppure iniziare a mettere i suoi soldi in un fondo che le desse, con il passare del tempo, una fonte di reddito alternativa per i momenti in cui i soldi latitavano.

Dopo i primi incarichi, infatti, Giovanna prende la cattiva abitudine di accettare clienti in tutta Italia, con lo slogan di “purché arrivino”, obbligandosi così a costosissime trasferte.

Intanto la sua passione si spegne, inizia a fare errori con i clienti perché il suo focus non è più sulla sua attività, ma su come fare ad arrivare a fine mese: tra Inps, l’affitto della casa, le trasferte e le normali necessità, basta poco perché tutto vada a rotoli: niente più soldi per la formazione né per raggiungere i clienti, spese ridotte all’osso, poca voglia di andare avanti.

Giovanna comincia a guardare con nostalgia il suo impiego da dipendente, e da lì a fare il passo e a chiudere partita Iva e iniziare un nuovo lavoro d’ufficio passa poco tempo.

Eppure sarebbe bastato molto poco: a volte un fallimento arriva per ragioni molto più semplici e prosaiche di quello che si potrebbe pensare, ad esempio dal rifiutare di risparmiare ed investire dei soldi per crearsi un paracadute per i momenti più bui.

Siete ancora dell’idea che l’educazione finanziaria sia inutile e lontana da voi e dalla vostra quotidianità?

Bella di nonna 

Questa che vedete in foto è mia nonna Germana da giovane.


Mi è tornata in mente quando ho letto questo articolo, in cui gli indigeni prendevano gli invasori per dei selvaggi perché non si tatuavano, manco fossero animali.

Questo stupore e raccapriccio nei confronti della pelle “nature” mia nonna lo condivideva in pieno. Se c’era un modo per mandarla fuori di testa, a parte la strategia militare degli USA, era proprio questo.

Non poteva capacitarsi del fatto che qualcuno non trovasse necessario truccarsi prima di uscire o non occuparsi del taglio regolare dei capelli.

Per lei era l’equivalente di un ritardo grave, qualcosa che dimostrava che non era opportuno che tu abitassi da solo.

Tipo che una comincia che non si trucca la mattina e finisce che apre il gas e ammazza tutta la palazzina, un dramma sociale.

E guardava noi nipoti che ogni tanto le esponevamo qualche teoria innovativa sulla “bellezza naturale” come se avessimo appena avuto un ictus.
“Cosa credi, che Angelina Jolie la mattina si svegli già così? Mica te lo vengono a dire a te, ma si curano eccome!” tuonava. I pilastri di segretezza e disciplina assimilavano il suo senso della cura di sé allo sistema di valori di un corpo scelto di Intelligence.

Io ero la nipote più recettiva. Se fossi stata Holly, io sarei andata a fare colazione da Sephora. Sono caduta in un amore assolutamente corrisposto per la cosmesi e il make up quando ebbi tra le mani il mio primo L’Oréal Paris Corolle verde mela nel 1997.

E da sette anni una multinazionale della cosmesi è la principale destinataria dei miei accurati report e dei miei algoritmi su quanto, dove, come si parla dei loro prodotti e chi lo fa; questo mi ha garantito una competenza enciclopedica e un flusso in uscita di finanze di proporzioni alluvionali. Forse avrei dovuto farmi un’assicurazione per sovraesposizione al marketing o qualcosa del genere.
Lei è l’unica che non aveva trovato quantomeno curioso che una che fa una tesi di laurea in algebra e statistica provi autentica gioia nell’applicare tali sofferte competenze al mondo della cosmesi.

E questo perché lei sapeva che si tratta di un argomento terribilmente serio.
Durante i suoi 17 anni (diciassette, no due giorni) di terapie per arginare i tumori che la bombardavano non ha mai scordato di mettere la crema da notte.

Si truccava per andare a fare le terapie, perché “non è che siccome quei poveracci stanno in ospedale tutto il giorno allora si meritano di vederti abbrutita”.
Almeno una volta l’anno facevamo una gita nella sua profumeria di fiducia (lei aveva sempre qualcosa che le mancava da usare come scusa). Lì passavamo tutto il tempo che volevamo provando, studiando, confrontando, testando. Una volta l’anno, di solito per Natale, mi arrivava qualcosa che io non mi sarei mai e poi mai potuta permettere: una crema idratante Sisley, un tonico Chanel, mascara-kajal, un blush.

E io naturalmente usavo tutto con religiosa costanza. Assumevo il tonico di Chanel la mattina alle otto come se fosse cortisone, spalmavo le creme recitando preghiere di benedizione e disegnavo tratti di eye-liner con mano da chirurgo.
A mano a mano che crescevo lo scambio diventava sempre più alla pari. Lei conservava gli Elle dove aveva visto qualche pettinatura che secondo lei mi sarebbe stata bene, io le facevo un riassunto dei lanci più validi dell’anno. Lei era fortissima sul “copia il look delle star”, cosa su cui io invece non mi sono mai applicata.

Non vivevamo vicine, ma non importava.
Tre mesi fa ho ripensato a lei.

Ho sentito e ripetuto mentalmente tutti i principali suggerimenti e insegnamenti.

Il sedici giugno, insieme a mia madre, mi sono messa di fronte il mio arsenale di pennelli e i trucchi che avevo comprato insieme a mamma durante un blitz da Sephora (“E porta tua madre a comprarsi qualcosa, non vedi che quel rossetto le sta male?”).

Ho steso il primer di Sisley, una BB di Dior (“Esci pure senza mutande ma non senza fondotinta!!”), due illuminanti diversi (“Gli zigomi sono la parte più importante del viso!”), il blush (“Ce l’hai il blush?” me lo chiedeva come “ce li hai i soldi”, così, prima di uscire. “Senza blush sembri malata!”), il primer sugli occhi (“ecco, questa è una bella invenzione”) e ho fatto la mia personale opera d’arte.

Ho finito con una tinta di Yves Saint Laurent, e poi ho passato in rassegna il risultato. Persino i capelli erano a posto, miracolo. L’ho mentalmente ringraziata.
Mi sono truccata da sola il giorno del mio matrimonio perché ho assorbito la forza che proviene dal rituale. Prima di ogni spettacolo ho trasformato l’ansia in un disegno sul viso. Prima delle lauree, ho disegnato le mie speranze. E non importa se tre anni di traslochi e vita un po’ nomade hanno un po’ ridotto il tempo e lo spazio che ho a disposizione.

È il rituale che conta.