Guida alla moda per nerd

Essere nerd, al giorno d’oggi, è diventato uno status di cui andare fieri, dotando quindi di una certa autorità la falange dei nerd oligarchici che vorrebbero un mondo nerd scevro da velleità fashioniste governato solo da puri nerd in divisa Maglietta con gioco di parole geek – jeans usurati.

 

Eppure le ragazze nerd sarebbero le candidate perfette per diventare delle vere esperte di moda. Nessuno pone più passione, cura nel dettaglio, capacità di fare dei collegamenti, entusiasmo per il nuovo e costanza nel risparmiare soldi per avere l’oggetto del desiderio di una nerd.

 

Hanno tutte le carte in regola, ma spesso i loro entusiasmi modaioli sono stati spenti sul nascere da una rigida condanna sociale nei confronti del mondo delle Ragazze Frivole. E questo è molto ingiusto.

 

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Alcune vivono felicemente la loro condizione, in particolare se si tratta di studentesse universitarie fuori sede di informatica cui basta lavarsi i capelli per essere le più glamour della cumpa.

 

Ma altre, in un angolo del loro cuoricino, vorrebbero prima o poi che qualcuno facesse loro un complimento diverso da “wow! Hai davvero visto tutta la prima serie in una notte? Grande!”. O magari sono arrivate in quella fase della vita in cui devi presentarti ad un colloquio di lavoro, o a discutere la tua tesi di dottorato, o parlare ad un congresso.

 

E, se siete arrivate su questo articolo, c’è la possibilità che voi apparteniate proprio a questa categoria.

 

Voi vi meritate qualcosa di più. Soprattutto se dovete valorizzare qualcosa di vostro, vi meritate il quarto d’ora di vantaggio che la bellezza vi concede nello span di attenzione del vostro interlocutore perché sì, la luce viaggia abbastanza veloce, e chi vi guarda si fa un’idea su di voi prima che gli parliate.

 

Che è anche il motivo per cui Catullo e Dante hanno scritto autostrade di poemi pur avendo scambiato sì e no un “ciao, hai visto, oggi fa freschino” con la controparte. Non possiamo impedire al nostro corpo di comunicare.

 

Quindi, care mie, questa è SCIENZA. E a voi, tendenzialmente, la scienza piace.

Allora, siete pronte per un cambio di stagione affrontato in maniera rigorosa?

  1. La raccolta dati. Molte ragazze non sanno davvero che taglia hanno. Per questo sbagliano regolarmente comprando cose troppo grandi o troppo piccole, devastando ogni possibilità di allure femminile. Soluzione: andate su Asos, o su Zalando, dove vi pare, e andate alla sezione Misure. Lì vi si spiega dove e come misurarvi. A questo punto prendete un metro da sarta e fatevi misurare da una vostra amica e TA-DAAAN! Sapete le vostre taglie. Importante! Questa non è una fase in cui vi giudicate, è una fase in cui raccogliete dei dati. Sono numeri. Vi servono per capire quale taglia vi sta. Ok? Le taglie sono una convenzione. Convincetevene prima di andare avanti. Con la 46 non siete grasse. A meno che non vi ostiniate a voler entrare nella 44. Allora sì, starete di merda e sembrerete Jabba. Mangiate quel Kinder Bueno e compratevi un paio di jeans della vostra taglia, win-win.
  2. La Bellezza Interiore. Cioè la biancheria intima. Biancheria mediocre vi starà in modo mediocre. La biancheria deve fare il suo dovere, cioè sostenere, scaldare ed essere invisibile. È il necessario dietro le quinte. Uno dei capi su cui la taglia si sbaglia più spesso è proprio il reggiseno, e se ne portate uno sbagliato troppo a lungo rischiate di farvi anche del male. La biancheria intima non deve stringere, fare segni, arrotolarsi, fare pieghe o fare trasparenze strane. Se la vostra fa così, buttatela su-bi-to. Shopping: vi servono almeno 3 reggiseni, di cui uno senza spalline, 3 slip per ogni reggiseno di cui almeno uno senza cuciture o un tanga (niente segni, ripeto, niente segni! La chiappa segnata è brutta, punto) e qualche canottiera bianca con le spalline sottili. L’ideale, se non ve la sentite di osare con pizzi e colori, è che sia tutto in cotone bianco, eccetto il reggiseno senza spalline che conviene color carne. Lasciate perdere i super push-up. Sono ridicoli e fanno male.
  3. La bellezza interiore 2. Cioè la depilazione e il corpo in generale. Una mia zia, donna elegantissima e molto furba, mi disse una cosa giusta: a vent’anni puoi pure metterti sempre lo stesso paio di jeans da dieci euro, ma devi investire sul tuo corpo, perché con quello getti le basi per un’età adulta da bomba. Trovati un ragazzo che ti ami anche con i peli, ma levali regolarmente. Per te, non per lui. Shopping: Vi serve una brava estetista e dovete andarci una volta al mese. E dopo la doccia, passatevi dell’olio di mandorle. Ce ne sono di economici e senza profumo. Ci mettete cinque minuti, vi eviterà le smagliature per cinque anni.
  4. Aria! Avere tante cose non è sinonimo di sapersi vestire. Spesso è semplice disorganizzazione. Già la mattina è un momento difficile, almeno fatevi un favore ed evitate di dover rovistare fra venti capi mediocri per trovare le uniche cinque cose con cui vi sentite a vostro agio. Aprite l’armadio e buttate tutto quello che non vi sta, o è rovinato, o stinto, o ha i pelucchi, o non avete messo nella stessa stagione l’anno prima. Se non lo mettete mai non vi serve, anche se lo avevate pagato un sacco di soldi. Chiamate un’amica e dedicate un pomeriggio ad una bella purga.Wardrobe-TMag
  5. Cosa Evitare Come La Peste. Ora che avete fatto una bella pulizia, ecco le basi da imparare a memoria prima di uscire a comprare vestiti: se c’è un grosso logo in evidenza, se ti sta stretto o largo, se ha le cuciture fatte male (troppo visibili o che non sono l’asse di simmetria per la fantasia del tessuto) e se lo hai visto in ogni vetrina restituiscilo alla commessa ed esci sorridendo.
  6. Altre cose da evitare come la peste: le Birkenstock (a meno che non facciate la catechista dell’ACR e siate alla Giornata Mondiale della Gioventù), le Lacoste scolorite, i prodotti contraffatti, i leggins fantasia se non state facendo yoga, I pantaloni con le tasche al ginocchio (anche lì, o siete agli scout o è un big no-no), i jeans con più strappi che tessuto, le scritte e i disegni quando avete un seno prosperoso e la scritta non si legge o l’immagine non si vede. Queste sono cose che non donano a nessuno, no matter what.
  7. Come scegliere. Siccome avete un armadio vuoto (a parte il cassetto delle mutande) ecco una serie di consigli per andare sul sicuro. Primo: preferite il monocromo alle stampe. Le stampe spesso sembrano scadenti, mentre i monocromo si trovano buoni anche nelle grandi catene low cost. Inoltre colpiscono e danno subito carattere. Avete presente La La Land? C’è sempre un colore dominante, preferibilmente primario. E i primari si abbinano benissimo con il bianco e il nero. Secondo: i tessuti. In linea molto generale, più il tessuto è grosso e pesante più conviene andarci leggeri col colore. Meglio un sottile maglioncino a collo alto nero e un grande e avvolgente maglione color panna che il contrario. “Ma non rischiamo di essere noiose?” Tranquille, ai fronzoli ci arriviamo.
  8. Su cosa spendere. Il budget non deve essere grosso, bisogna saperlo usare. Spendete tanto su un cappotto, le scarpe invernali (un paio di stivali è un ottimo investimento) e una bella borsa capiente. Di seguito, vengono un paio di jeans che vi stiano perfettamente, un paio di ballerine nere e un paio di pantaloni neri classici, una camicia bianca, un maglioncino nero tipo quello di Audrey Hepburn in Cenerentola a Parigi e uno colorato come quelli che dicevamo sopra (sul colore, chiedete aiuto. Il blu vivo è il più sicuro). Opzionali ma interessanti: i jeans bianchi. A basso costo tanto si ricompra e ne fanno di continuo: una T-Shirt bianca, una giacca nera sportiva (tipo quelle di Zara), i sandali estivi (vietato spendere per i sandali!), gli abitini estivi.
  9. Abbinare: avete posato le buste? Bene, ora arriva la parte divertente. Primo, i colori: un colore base (bianco/nero/beige ma attente che il beige sta male a un sacco di gente) + un colore vivo. Armonia: scopri o le gambe o il busto. I tessuti sottili vanno più vicini alla pelle, quelli grossi più verso l’esterno. Se sopra hai qualcosa di fasciante, sotto ci vuole una gonna ampia e vice versa. Già, le gonne, non ne abbiamo ancora parlato!
  10. Le gonne. Gonna al ginocchio chiama tacco. Ragazze, ve lo dico: una gonna a matita al ginocchio con le ballerine o i tacchi bassi (aka sotto agli 8 cm) farebbe sembrare pure Adriana Lima una segretaria demotivata che si lamenta del lunedì. Se sapete portare solo le scarpe e gli stivali bassi, accorciate la gonna. Gonna a ruota e scarpe da tennis solo se recitate in Grease. Mini-minigonna o shorts e tacco alto solo se sono le tre del mattino e siete a Las Vegas.
  11. I tacchi. Sono ok solo se ci sapete camminare con disinvoltura. I tacchi come si deve costano, per questo in questa fase non li ho inseriti nei must-have. Comunque, un piccolo Bignami: è sempre meglio che siano in armonia con il corpo (se siete molto basse i tacchi da 15 cm alti come metà del vostro polpaccio vi faranno solo sembrare bambine che giocano con le scarpe della mamma, mentre se siete delle valchirie tipo me i tacchi da cinque centimetri ti fanno subito Clarabella. Insomma, equilibrio.) ed evitare i plateau troppo spessi. Indicativamente, quando le scarpe molto alte iniziano a essere comode deve suonarvi una sirena di allarme-tamarro.
  12. Trucco & Parrucco: come dice Claudia, i capelli sono più importanti del trucco. Intanto perché presumibilmente ce li avete costantemente in testa, mentre il trucco va e viene. Vi serve un taglio e un colore che non vi obblighi ad alzarvi alle cinque per fare la piastra, perché il giorno che non vi va siete fregate. Andate da un parrucchiere. Qui mi fermo, perché io non ho ancora capito come fare per spiegargli di tagliare poco. Trucco: con un po’ di trucco tutte stanno meglio, sempre. Un sacco di profumerie fanno dei mini-corsi gratuiti. Se avete le mani, siete perfettamente in grado di truccarvi. Ma mi sa che per il trucco ci vuole un post ad hoc.Trucco-Tmag
  13. E la parte nerd? Ok, ok, vi avevo promesso i fronzoli. Magari avete comprato una Giratempo a Lucca. E siete piene di magliette delle serie TV. Ora vi stupirò: vanno benissimo! Se sono parte di voi e vi ci sentite bene, fate bene a indossarle. Devono però rispettare il punto 5 e avere un colore che vi dona. Io con una t-shirt di XKCD, una giacca nera e dei jeans skinny sono andata persino in riunione. Vi dirò, con una giacca di pelle, un bel paio di occhiali da sole e una gonna a ruota stretta in vita può essere la vostra firma e rendervi irripetibili. L’importante è che vi ricordiate che quello è già un elemento forte, quindi il resto deve essere più basico per valorizzarlo.

 

La lista è finita care, fatemi sapere come vi siete trovate e se siete nel dramma fate un fischio che il Team Tonico è qui per voi!

 

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DECRESCITA O CRESCITA FELICE? SPUNTI DI RIFLESSIONE

Qual è il tuo rapporto con i soldi? Si, parlo proprio con te che ti senti spesso in colpa perché pensi di spendere troppo

Cerchiamo di fare un po’ il punto.

Siamo abituati a pensare che il desiderio di ‘possedere cose’ e ‘consumare’ sia una prerogativa del nostro tempo e della nostra società occidentale, ma non è così!

Nelle società tradizionali, dove non c’era consumismo, né capitalismo e neppure abbondanza, i beni materiali rappresentavano il potere e creavano relazioni sociali.

Nella costa nordoccidentale del Pacifico degli Stati Uniti e del Canada, per esempio, si organizzavano grandi banchetti, chiamati potlatch, durante i quali una grande quantità di cibo – oltre ad essere consumata e ostentata – veniva anche distrutta o buttata via. Possedere risorse ed avere potere andava di pari passo anche in Polinesia e Melanesia, dove il capo politico – chiamato Big Man – era chi possedeva un surplus di beni da distribuire agli altri membri della comunità.

 

Tu che ti arrovelli se è meglio Essere o Avere, devi considerare che nelle società tradizionali i beni materiali e le relazioni sociali non erano due cose separate: ‘Avere’ era una forma di ‘Essere’, e il contrario.

Un chiaro esempio di ciò è il circuito Kula, studiato ad inizio ‘900 da Bronislaw Malinowski nelle Isole Trobriand, Pacifico Occidentale. I trobriandesi investivano molto tempo ed energie nello scambio rituale di collane e bracciali di conchiglia. Questi monili non avevano un grandissimo valore in sé ma in quanto simbolo di rapporti d’amicizia e solidarietà.

Secondo l’antropologo britannico Daniel Miller, anche ai giorni d’oggi permane questa mentalità: gli oggetti che ci circondano, che desideriamo, che sfoggiamo e spesso ostentiamo sono in realtà simboli di relazioni sociali, canali di comunicazione con gli altri.

Il consumismo non è, da questa prospettiva, un’invenzione moderna (solo) a vantaggio di pochi ma un sistema saldamente radicato nel bisogno umano di esprimere sé stessi ed entrare in relazione.

Se Miller ha ragione oppure no è una questione complessa che non possiamo trattare in questo post. Quello su cui voglio riflettere, invece, è dove sorge il problema…se il ‘possedere’ non è da demonizzare in se stesso perché ha una funzione sociale, allora perché ci sentiamo a disagio se spendiamo o se consumiamo troppo?

Ok, ok, lo so il primo problema ovviamente è che il conto va in rosso. Ma oltre al colore del conto c’è qualcosa di più profondo…quando compri l’ennesima Louis Vuitton provi un senso di colpa che non ti molla e non ti fa godere appieno del tuo nuovo acquisto?

Il problema è che, al giorno d’oggi, sebbene alcuni oggetti servano per esprimere sé stessi e entrare in relazione con altri, i soldi – come simbolo del valore dello scambio – si sono staccati sia dalle relazioni sociali che da un rapporto equo con l’ambiente e sono venuti a costituire una dimensione autonoma e indipendente.

Al contrario degli esempi più sopra, i soldi impongono la loro legge sulle relazioni sociali e i processi naturali, spesso valicando e distruggendo rapporti di amicizia, solidarietà e anche interi ecosistemi. Tutto ciò crea squilibri sia nella società che nell’ambiente (ingiustizie, violenze, prevaricazioni, sfruttamento ecc…)

Quale è la soluzione, allora, a questo stato di cose? Secondo me la soluzione sta nel recuperare il valore degli oggetti di cui ci circondiamo come qualcosa di indissolubilmente legato a cosa vuol dire vivere bene in relazione con altri e con l’ambiente.

Le cose che consumiamo e acquistiamo devono far vivere meglio noi e gli altri, e non peggio. Chiediamoci sempre, prima di acquistare, produrre o consumare qualcosa: è a vantaggio di chi? Come migliorerà o peggiorerà la mia vita e quella di altri? Quanto rispecchia i miei valori? …a te la risposta!

 

Pink Attitude

[Colonna sonora per il post]

Il rosa è un colore tipicamente femminile e questo è cosa nota. Meno noto è il fatto che non è sempre stato così. Infatti fino ai primi anni del ‘900 era l’azzurro il colore tipicamente attribuito al genere femminile, tant’è che anche la Madonna in tutte le raffigurazioni pittoriche, indossa un manto azzurro.

E allora, cos’è successo?

Il rosa era sempre stato abbinato al genere maschile, perché è una variante del rosso e simboleggiava virilità e forza, mentre il blu e la sua variante azzurra, erano considerati più raffinati ed eleganti ed erano associati al genere femminile.

Tuttavia negli anni 30 e 40 qualcosa è cambiato. Gli uomini hanno iniziato ad indossare colori scuri e le donne hanno dovuto sostituire in fabbrica i loro compagni impegnati in guerra. Così, forse per affermare il loro ruolo attivo nella società, hanno cominciato ad adottare il colore rosa, fino a quel momento appannaggio maschile. Erano le prime avvisaglie di femminismo.

Da un punto di vista scientifico, è stato dimostrato che il rosa fa abbassare la frequenza cardiaca e provoca un senso di benessere e di rilassamento. Per averne un’ulteriore conferma, le pareti delle celle di alcuni penitenziari americani vennero dipinte di rosa. Si osservò una significativa diminuzione degli episodi di violenza e il colore rosa venne quindi mantenuto.

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Quante sfumature di rosa conosciamo? Tantissime! Nel 1936 la famosissima stilista Elsa Schiaparelli ne creò una tutta sua: il Rosa Shocking. Con questo colore vestì non solo le sue clienti, ma anche il suo profumo, Shocking de Schiaparelli, appunto. Il successo fu grandioso e il colore divenne una tinta conosciuta e riconosciuta da tutti.

Profumi alla rosa ne abbiamo? Tantissimi! E amatissimi da tutte noi.

Io stessa ho portato per anni Paris di Yves Saint Laurent, Tea Rose e Jean Louis Sherrer. Quando parliamo di profumo alla rosa immaginiamo subito qualcosa di leggiadro, delicato, romantico, tipicamente femminile.

Si tratta però di un luogo comune che la profumeria in generale e quella di nicchia in particolare, stanno smantellando in questi ultimi anni.

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In questi anni di promiscuità, miscellanea e fluidità di genere, anche il profumo si è adeguato e le aziende essenziere non esitano ad osare abbinamenti considerati insoliti per la profumeria maschile.

Quindi oltre ai fiori che già venivano utilizzati, quali garofano, lavanda, violetta e geranio, la rosa viene usata molto spesso e addirittura spicca su tutti gli altri. Possiamo quindi trovare delle bellissime fragranze dal bouquet inaspettato, insolito e anche un po’ romantico. E soprattutto, possiamo usare gli stessi profumi del nostro lui!

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La pelle che parla

C’è chi li ama, c’è chi li odia. Ma di che cosa si tratta veramente? I tatuaggi. Perchè si fanno e come mai si vedono sempre più spesso? Le risposte fanno capire che si tratta di un fenomeno vasto e trasversale.Fanno capire la centralità del nostro corpo nell’esprimere “chi siamo” e da “dove veniamo”.

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Steve McQueen

Un tatuaggio non può non essere affascinante. È un mezzo attraverso il quale un’individuo costruisce simbolicamente la propria identità. Qualsiasi cosa sia, la persone la ritiene cosi costituente di sè che sceglie di farla inscrivere sul proprio corpo. Proprio per questo un tatuaggio provoca domande come: Cosa significa? Come mai l’hai fatto?
Non si tratta di un fenomeno recente, è da migliaia di anni che vengono praticati i tatuaggi. I piu antichi risalgono a 5.000 anni fa come si possono vedere sulla mummia di Ötzi. Dagli studi svolti appare che i suoi 61 tautaggi avessero soppratutto uno scopo terapeutico. Anche tra gli antichi Egizi non erano puramente estetici. I tautaggi venivano portati da donne e si trattava di sequenze di simboli sull’addome che dovevano proteggere la donna durante la gravidanza e la nascita del bambino. Tra popoli come i precolombiani e nella cultura di Pazyryk (Altaj) invece, i tatuaggi si presentavano in elaboratissimi disegni di creature mistiche e segnalavano lo status sociale della persona.

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Mila Kunis as Lily in Black Swan

I pareri sui tatuaggi variano, ma non si può negare che nell’ultimo decennio c’è stata una crescita sfrenata di questo fenomeno ed è entrato a fare parte della pop culture. Secondo un sondaggo Istat, 13 su 100 italiani hanno un tatuaggio e tra questi più della metà sono donne. L’aspetto interessante però è che mentre una volta le persone facevano i tatuaggi per essere ‘outsider’, ora vengono fatti per diventare ‘insider’. Questo è dovuto al boom di tatuaggi tra le celebrità, il successo di reality dedicati ai tattoo shop, serie TV e anche i social media. Si tratta di un fenomeno che attraversa confini di classe, genere, età e background; non è più taboo.

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Jane Doe in Blindspot

Viene naturale a questo punto chiedersi se sono davvero tutti simboli con profondi significati oppure se vengono fatti con puri scopi estetici. Infatti, a parte il significato, un tatuaggio crea anche una specifica aura attorno a una persona: di mistero, fascino, forza. Tutti aspetti che possono risultare molto attraenti. Ma ne vale la pena segnare permanentemente il corpo solo per l’estetica? E quando ti stuferai cosa farai?

 

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Lisbeth Salander in The Girl
With the Dragon Tattoo

Il mio l’ho fatto a 18 anni. L’ho dedicato al mio migliore amico, al marito della mia mamma e a colui che da quando ho 8 anni chiamo papà. Quell’anno per me era segnato da cambiamenti importanti come l’inizio del percorso universitario (vedere: L’ingrediente fondamentale per ottenere il massimo dai tuoi anni all’università e Vale ancora la pena studiare all’università?), ma soprattutto dal trasferimento del mio papà per lavoro in Congo-Brazzaville. Sarebbe stata la prima volta che non avrei seguito la mia famiglia in giro per il mondo. Ho il sorriso di mia mamma che mi ha dato la vita, le mani e i capelli di mia nonna che mi ha cresciuto, ma volevo qualcosa anche dell’incredibile persona che era diventata mio padre. Il tatuaggio mi ha permesso di avere questo. Tuttavia ci si può chiedere: ma è neccessario trasformare qualcosa che già hai nel cuore in qualcosa di estetico, di visibile a tutto il mondo? Perchè non tenerlo per se?

Francesco Remotti, un noto antropologo italiano, introduce il concetto di antropopoiesi per riferirsi al processo di costruzione dell’identità umana. L’uomo infatti è incompleto affinchè attraverso pratiche come la modificazione del corpo non acquisisce la componente culturale che lo renderà più umano (leggi qui).

I tatuaggi in tale contesto non sono solo un intervento estetico, ma un mezzo per raccontare chi siamo. E la vostra pelle cosa racconta?

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BELLO E’ MEGLIO! Ma cosa è “bello”?

Cos’è la bellezza?

E’ un’idea universale?

Perché esiste l’idea di bellezza e perché è tanto importante?

Con questo post qualche spunto di riflessione…
Secondo gli antropologi, quella che noi chiamiamo bellezza è un insieme di pratiche che mirano a dare un significato al corpo.

Il corpo è carne, appartiene al mondo della natura, ma è anche qualcosa di più.
Attraverso il corpo, le sue movenze, i modi d’atteggiarci, il trucco, l’abbigliamento diamo significato alle nostre azioni e fondiamo il nostro senso d’identità come esseri umani e come persone.

Attraverso la cura del corpo, tutte le popolazioni in qualsiasi epoca hanno cercato di marcare la distanza da uno stato di natura, dal caos, dal caso, dalla violenza, dal male.

Dare bellezza è dare ordine -qualsiasi esso sia- al vuoto, alla potenziale mancanza di senso della vita.

Il termine ‘bellezza’ deriva dal latino bellus che è diminutivo di una forma antica di bonus, ovvero buono, e quindi indica questa intima connessione tra l’idea di bello e
quella di bene.
Le forme della bellezza, le convenzioni e i canoni, però, variano da cultura a cultura e anche nel tempo perché si adattano al contesto, come puoi leggere in Storie di Capelli.

Le famose Veneri del Neolitico, per esempio, erano le Belen Rodriguez delle prime civiltà, in quanto simbolo di fecondità e abbondanza (forza curvy, alla riscossa!).

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Ai giorni nostri, nella società della sovrabbondanza e dei consumi, i simboli di bellezza più diffusi si riferiscono invece alla magrezza, spesso estrema, dei corpi. Ma non c’è nulla di oggettivo o intrinsecamente giusto in ciò; una storia raccontata da un celebre antropologo francese a metà del 1900, Claude Levi-Strauss, è esemplificativa in questo senso.

Claude si trovava tra i Caduveo, una popolazione che vive nel sud del Brasile. I Caduveo sono famosi per gli elaborati tatuaggi che ricoprono il loro viso e il loro corpo.
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Claude racconta dell’incontro tra i Caduveo e dei missionari europei: i missionari consideravano i Caduveo dei primitivi selvaggi che deturpavano la purezza del corpo data da Dio.

Ma la cosa divertente è che i Caduveo esprimevano lo stesso giudizio nei confronti degli europei: scandalizzati e disorientamento dai corpi degli occidentali, lasciati nudi e crudi come animali, senza alcun segno di distinzione e di civilizzazione.

Infatti questa era la funzione dei tatuaggi, per i Caduveo: un segno distintivo di civiltà.
Al giorno d’oggi, in cui le differenze tra culture non sono più così totalizzanti ma ognuno di noi ha la possibilità di navigare tra culture diverse e trovare la propria dimensione (vd questo post), anche il concetto di bellezza si adegua.

Ovvero, ognuno di noi può trovare cosa è bellezza per sé, cosa fa stare bene, cosa dà ordine e significato alla propria esistenza…allora, quale è la tua?

Ti serve qualche altro spunto? Ecco qua:

  • Una mostra passata sulla bellezza nella civiltà Maya
  • Una mostra futura su Botero (immagine di copertina) Ti chiedi perché Botero raffigurasse solo persone grasse? Per lui non era così, senti cosa ha da dire in merito: “non dipingo donne grasse. Nessuno ci crederà, ma è vero. Ciò che io dipingo sono volumi. Quando dipingo una natura morta dipingo sempre un volume, se dipingo un animale lo faccio in modo volumetrico, e lo stesso vale per un paesaggio. Sono interessato al volume, alla sensualità della forma. Se io dipingo una donna, un uomo, un cane o un cavallo, ho sempre quest’idea del volume, e non ho affatto un’ossessione per le donne grasse”… se lo dice lui…

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STORIE DI CAPELLI: significati, esperienze e coraggio!

“Tanto sono solo capelli”, un’espressione che mi è stata rivolta spesso, mentre decidevo se tagliare la mia lunghissima chioma.

Ma sono davvero “solo” capelli? Durante una ricerca svolta in Ghana ho scoperto che sono una posizione politica e sociale, una moda, un’espressione di self-love e molto altro.

La notte del 13 settembre del 2016 non riuscivo ad addormentarmi. Il giorno dopo avevo un appuntamento con la mia parrucchiera di fiducia alla quale volevo chiedere di tagliare ben 50 cm dei miei capelli. I motivi dei timori erano di varia natura ma il più importante era legato al mio background russo. Da quella parte della mia famiglia la bellezza di una donna è sempre stata misurata in base alla lunghezza dei suoi capelli. Tagliarli era come annunciare esplicitamente “voglio essere brutta”. Mi tranquilizzavo convincendomi che “tanto sono solo capelli, ricresceranno”. Però non è proprio cosi, non sono “solo capelli” – sono l’estensione di noi e sono il risultato di scelte fatte con cura. Ci identificano, ci rendono chi siamo. Allora, perché ho deciso di tagliare una preziosissima parte di me? La mia decisione era il risultato di un viaggio in Ghana.

Ero partita per il Ghana con l’intenzione di esplorare un fenomeno molto interessante, il ritorno dell’afro. Questo stile era dovunque: nei giornali, sui social e fra le mie amiche del West Africa che avevo conosciuto durante soggiorni a Luanda, Punta Nera ed Accra. Volevo vedere quale logiche stavano dietro alla ricomparsa dei capelli naturali ed ero convinta di trovare una risposta nel paese dove il pan-africanismo (un movimento per la solidarità di popoli di discendenza africana) ha avuto una forte presa. La scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie, in un’intervista data a Channel 4 News, aveva detto

“black women’s hair is political”

Credevo profondamente in questo legame e volevo trovare conferme. Nelle interviste svolte il discorso politico ha avuto un importante ruolo, però è emerso anche un discorso attorno a questioni come la moda, sentirsi belle e avere alternative.

Dal lato politico e sociale della questione, la scelta di una pettinatura o di un taglio è circondata da costrizioni. Molte donne ritengono i capelli lisci fondamentali per integrarsi in un ambiente di elite e nel mondo professionale. Alla base di questa concezione sta l’altissima presenza di stranieri e di aziende estere in Ghana, arrivati in gran parte dopo l’indipendenza. In molte di queste aziende il management, e quindi le persone che rappresentano il successo, è spesso rappresentato da espatriati bianchi. Anche i luoghi frequentati per lo svago tendono a riflettere questo rapporto di divisione in base al colore della pelle. Per integrarsi nell’ambiente diventa importante adattare anche certe caratteristiche dell’aspetto fisico che possono “sbiancare”. Stirare i capelli fa parte di questo.

La pubblicità di un hair relaxer ad Accra.

In tale contesto i capelli naturali sono un simbolo di ribellione e spesso vengono visti male dai colleghi e famigliari, per sapene di più sul pensiero dominante leggi qui.

Lo stile era partito nei primi duemila con poche donne appassionate che mostravano la loro resistenza alla supremazia bianca e facevano vedere al mondo i loro capelli naturali. Sottolineavano la semplicità e il dinamismo di questo stile. Infatti un’idea condivisa da molte era che i capelli africani crescono pochissimo e non possono essere adattati a stili diversi. Queste idee venivano smentite e l’afro diventava un’interessante alternativa. Negli anni successivi, per una serie di motivi legati alla moda, ai social e alla maggiore disponibilità di prodotti, i capelli naturali hanno iniziato a diffondersi. Con il tempo però hanno perso per molte il significato di self-love e resistenza ai valori di bellezza occidentale. È diventato uno stile alla moda e anche uno status symbol. L’afro infatti, non è democratico, è uno stile che richiede visite settimanali dalla parrucchiera e quindi è possibilie solo per coloro che hanno tempo e soldi.

Lupita Nyong’o, Maria Borges e Solange Knowles con i capelli naturali.

Un contributo enorme dell’afro era stato mostrare alle donne che hanno alternative nella cura dei loro capelli. Possono tenere le extensions, trecce, parrucche, possono stirare i capelli, ma possono anche semplicemente tenerli cosi come sono, al naturale. L’approccio ai capelli di moltissime donne ghanesi oggi è di apertura. Tutti gli stili sono apprezzati, c’e’ chi preferisce uno e chi preferisce l’altro ma non ci si ferma mai su una specifica pettinatura.

I capelli cambiano, si adattano alle esigenze, agli umori, ai periodi dell’anno e della propria vita.

Io ho tenuto i miei capelli lunghi per molti anni. Sia d’estate quando faceva caldo e si appiccicavano alla schiena, sia d’inverno quando mi facevano da coperta. Mi nascondevo dietro alla mia chioma nei momenti di insicurezza, ma rimanevo nascosta anche quando ero più coraggiosa e sicura. Insomma, i miei capelli non si adattavano sempre alle mie esigenze. Con gli anni, inoltre, ero cambiata e mi sembrava che non definissero più chi ero diventata. Quindi il 14 settembre, alle quattro del pomeriggio, ho salutato la mia lunga chioma e ho abbracciato la nuova me.

Dietro a ogni taglio o acconciatura c’è una storia. La vostra qual’è?


Prima e dopo.

HAI IL GENE DEL VIAGGIATORE?

Avete mai sentito parlare del gene del viaggiatore?

Ricerche antropologiche e genetiche hanno provato a verificare se la variante del gene DRD4-7r, che codifica per – cioè porta le informazioni per la produzione di – un recettore per la dopamina, porti l’uomo ad uno stato di irrequietezza che lo spinge a viaggiare.
La dopamina è un ormone che regola il senso di soddisfazione e di ricompensa ed è coinvolto anche nell’apprendimento.

Le testate giornalistiche e i blog hanno subito cavalcato la notizia senza comprenderla fino in fondo, definendo questa variante di gene “Il Gene del Viaggiatore”.

Ma le cose stanno veramente così?
Può un solo gene determinare se una persona è un viaggiatore o un turista, proprio come scrive Gio in questo post?

Se vuoi scoprire da cosa nasce questa tua voglia irrefrenabile di evadere lascia che ti porti indietro nel tempo, così lontano da scontrarci faccia a faccia con i nostri progenitori.

D’altronde anche questo è un viaggio. Un quesito, una necessità, un bisogno di sapere per cui occorre lanciare il pensiero un po' più in là e muovere tutti noi stessi verso lidi lontani ed esotici.

Siamo circa 200.000 anni fa, anno più anno meno.
Qualcosa deve essere andato storto: l’Uomo di Neanderthal se ne sta tranquillo in Europa, l’Homo sapiens invece comincia la sua espansione verso tutti i continenti. Cosa sta accandendo? Perché L’Homo sapiens decide di spostarsi? Cosa glielo fa fare?

L’Homo sapiens, dicono gli studiosi, era un ometto riflessivo, a tratti filosofico, attaccato alla famiglia e amante del gardening. E viveva in Africa.

L’Homo di Neanderthal invece viveva in Europa, era impulsivo, direi un filo instabile, propenso a deficit di attenzione, viveva un pò alla giornata. Era quel tipo lì, quello da una botta e via, quello bello e tenebroso, eternamente tormentato, quello che si annoia facilmente e che non riesce a stare fermo. Era anche intollerante al lattosio cosa che lo doveva rendere particolarmente irritabile. Gli piaceva la musica, ecco… immaginatelo come una rock star piena di peli.

Studi rivelano che l’Homo di Neanderthal possedeva proprio la variante di gene DRD4-7r, cioè il gene del viaggiatore.

La mutazione del gene, rispetto all’Homo sapiens, rende l’Homo di Neanderthal un individuo più difficile ma anche più curioso. Non si soddisfa facilmente, proprio per questa mutazione, non sente quel senso di appagamento che ha l’Homo sapiens quando guarda le sue piantine crescere. Proprio no, lui fermo a coltivare qualcosa non ci sa stare. Si sposta, conquista popolazioni di Neanderthal come lui ma poi, dopo aver violentato tutte quelle della nuova tribù eccolo di nuovo con il broncio a battere i piedi e a sospirare: “Che senso ha questa vita?”.

Intanto l’Homo sapiens, immerso nella sua mindfullnes, cerca ci creare circoli culturali, delle proloco, molti di loro sono vegetariani un pò hippy che vivono in piccole comunità.

Abbiamo delineato due profili così diversi che verrebbe subito da dire che l’Homo di Neanderthal con quel gene fosse il moderno travel-blogger. Si, con quel suo senso di irrequietezza, quella sua spavalderia che gli fa perdere decisioni ad altro rischio come io scelgo tra lo yogurt al cocco e quello alla vaniglia. Si, me lo immagino già con il suo backpacker fatto di pelle di mammut a guardare l’orizzonte e sentire dentro quel senso di vuoto.

Eppure, se guardi l’immagine che segue ti accorgerai che è proprio l’Homo Sapiens, quello calmo che fa mindfullness e dice “less is more”, a colonizzare tuuuutto il pianeta!

Come mai?

Perché si parte ogni volta che siamo costretti a cercare risposte altrove.

Circa 30.000 anni fa qualcosa relativo al clima o alla situazione geografica deve essere cambiato in modo importante, questo ha spinto l’Homo sapiens a viaggiare, a spostarsi un pò più in là per salvarsi. Forse terremoti forti muovevano la terra, forse il clima diventava sempre più arido e il Sahara avanzava. Non si sa con certezza ma si sa che qualcosa deve aver smosso carovane di nostri antenati versi nuovi orizzonti.

Per l’Homo sapiens non deve essere stata una passeggiata. Soprattuto quando ha incontrato l’Homo di Neanderthal con quel caratteraccio. Eppure, qualche adolescente in preda a tempeste ormonali ci deve aver dato dentro e alcuni geni dell’Homo di Neanderthal sono arrivati fino a noi.

Si, ognuno di noi ha al massimo un 4% di geni dell’Homo di Neanderthal (sei intollerante al lattosio? Ora sai di chi è la colpa?). Potresti essere anche in quel 20 % della popolazione mondiale ad avere il famoso gene DRD4-7r.

Eppure l’Homo Sapiens, anche senza questo gene, si è spostato e grazie a questo passo ha messo piede in tutto il mondo, sopravvivendo fino al XXI secolo.
In 200.000 anni, partendo dall’Africa ha scoperto, l’Europa, l’Asia, l’America e perfino la Polinesia (si, proprio quella dove non potrò mai andare perché troppo cara), ha messo piede sulla luna e ora ce sta’ a prova pure con Marte!

Bene se non fai parte di quel 20 % che possiede questo gene forse non sentirai un bisogno innato di muoverti dal divano. Ma la necessità di vedere oltre ciò che circonda può fornirci gli strumenti per vivere in questo mondo costantemente in movimento. Dopo tutto all’Homo Sapiens non è andata così male.

Quindi un viaggio vero si affronta solo se c’è un motivo vero, se c’è una necessità , se ci interessa vedere cosa c’è oltre l’oceano. Per tutto il resto ci sono i pacchetti turistici, i resort e gli all inclusive (per i più temerari c’è anche il divano di casa con l’abbonamento a Netflix)

Potremmo volerlo fare per milioni di motivi questo viaggio, per avere qualcosa da raccontare durante le cene noiose, per sentirci più forti, per imparare cose nuove, per conoscere culture differenti, per … potrei continuare all’infinito.
Perché la vera morale che ci insegna questo lungo viaggio durato 700.000 anni è che ci si deve muovere per vivere!

Quindi la vera domanda è: sei pronto ad evolverti?

[L’Homo di Neanderthal sembra essersi estinto a causa di malattie trasmette dall’Homo sapiens, il che sfaterebbe il mito che viaggiare è rischioso mentre starete a casa propria è sicuro, ma a me piace pensare che quel suo carattere troppo esuberante non gli abbia permesso di prendere decisioni di gruppo in grado di portarlo alla salvaguardia della specie, un po’ come stanno facendo alcuni politici durante i summit mondiali]

Per approfondire l’argomento leggi questo interessante articolo del National Geographic sui geni irrequieti.