Mollo tutto e vado a vivere nella Natura

Cinquemila anni prima di Cristo deve averlo pensato anche il primo cittadino, l’abitante della prima città.

Babilonia era un casino e non solo per la famosa torre e il melting pot linguistico.

D’altronde Bruce Chatwin ci avverte che il malcontento dei civilizzati è antico quanto la civiltà stessa.

Quando ci sono dei casini è inevitabile lamentarsi del consorzio umano.

E la Natura benigna, il Giardino dell’Eden è la fuori che ci aspetta.

Io sono nato in un paese di montagna. Quattrocento abitanti contando qualche falso residente. Borgo ospitale e ospiti di gente unica sta scritto sul cartello turistico ma a diciott’anni questi ti sembrano davvero eufemismi.

Mi serviva un motivo per rimanere.

Studiavo informatica al tecnico e sarei (divenuto) perito di li a poco.

Sotto il banco tenevo qualche pagina stampata da internet.

C’erano ancora i modem 56k.

Avevo quindi scoperto che cos’era l’anarchia nonostante il programma di storia sorvolasse sull’argomento.

Io devo essere anarchico, pensavo.

Era senso di inadeguatezza, nerd-erismo scambiato per anarchismo.

Però era una cosa, una cosa da cui iniziare.

Nella valle dov’è vissuta mia nonna c’era il “paese degli anarchici”. L’unico sul versante sud, quello che guarda a nord e sta in ombra nove mesi l’anno. Seppellivano la gente con il funerale civile. Mio nonno era morto partigiano a vent’anni.

L’anarchia mi scorreva nel sangue ma che fare?

Mancava poco all’esame di maturità quando fui folgorato da un articolo.

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“Obiettivo autosufficienza – Come organizzare una fattoria di due ettari per sostentare una famiglia di quattro persone”.

C’era un bel disegno con l’orto e il frutteto, gli animali, la ruota del mulino che girava e girava. Si parlava di sostenibilità ed ecovillaggi.

Già. La Natura benigna. Il Giardino dell’Eden cui fare ritorno.

Pesavo novanta chili e odiavo la verdura.

Non mi scoraggiai. Avevo l’ottimismo dei diciott’anni.

Un pomeriggio andai nell’orto di famiglia. C’erano solo ortiche. La nonna era ancora viva ma preferiva aspettare il furgoncino dei surgelati con i pisellini primavera. Lo zappai a picconate. Bakunin mi sorresse. Feci un mucchio con tutte le ortiche, divisi la superficie in porche come faceva quell’altro vecchio di la dalla rete. Era utopia allo stato puro.

Quattro mesi più tardi ingollai la prima forchettata di fagiolini. Rischiai di rigettarli all’istante. Io odiavo la verdura. Qualcosa ancora mi sorresse. Mi dissi che ce la dovevo fare. Mio nonno era morto partigiano per la libertà, io dovevo amare quei fagiolini.

Sono trascorsi quindici anni da quel rito iniziatico che mi ha sconvolto la vita ma non di botta. Ha scavato la dura pietra del mio conservatorismo goccia dopo goccia.

 

Esattamente a metà di questa storia lasciai il mio impiego di tecnico informatico.

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Per fare che cosa?

Non ho una buona risposta ancora oggi.

Stasera scrivo dopo tanto tempo.

Sono giorni insolitamente caldi per l’ottobre alpino. Li trascorro raccogliendo fagioli. L’annata è stata bastarda e non c’è una mela sugli alberi. Anche quelli della Melinda lo dicono in uno spot che ascolto alla radio.

In compenso c’è una marea di cavoli che occhieggia dal campo. Mangeremo crauti e fagioli, e polenta. E pazienza per le mele. Ne abbiamo acquistate un paio di casse di dubbia provenienza.

Io e la mia compagna – Monica – siamo una coppia glocal, decrescente e neo contadina. Così scriverebbe un giornalista.

Ogni giorno mettiamo nel piatto i tre quarti o i due terzi di cibo coltivato da noi. Qualcosa più, qualcosa meno. Siamo arrivati anche a fare il pane con il nostro frumento. Quello antico che non ti fa venire intollerante.

Pratichiamo un vegetarianesimo di circostanza, senza tabù. Abbiamo le galline per le uova. Poco fa ho chiuso il pollaio. Alle otto di sera la volpe è già di turno. I galli di troppo ce li mangiamo. Io li prelevo dal pollaio, lei li sgozza. Le ho detto che sembra uno dell’Isis perché lo fa senza sentimento. Lei ha riso ma aveva piccoli schizzi di sangue sulle guance e sulla fronte. Ogni tanto mi fa paura. Viene da Bologna ma è cresciuta in campagna.

Forse le riesce facile perché fa l’infermiera. Questo suo lavoro part time completa il nostro reddito assieme alla vendita dei prodotti agricoli e dei miei libri.

A proposito, ne ho scritti due. Pecoranera e Il Buon Selvaggio per Marsilio Editore. Comprateli. A me ne viene in tasca un euro a copia. Le patate le vendo a uno e trenta, se siete interessati.

Ogni primavera ospitiamo gente che vuole vivere nella Natura. Voi sarete i prossimi. Verrete a Raveo (Friuli) e scesi dalla corriera – perché io vi avrò obbligati a venire coi mezzi pubblici sennò che decrescita è – esclamerete: ma voi vivete in paese!

Non c’è nessuna baita per vivere nella Natura. Vi ho imbrogliati.

Piuttosto abbiamo da vivere della Natura.

Il che significa che è fine aprile e c’è da seminare il mais. Fatti due calcoli, in un campo di un migliaio di metri quadri occorre tirare a mano un chilometro di solchi. Sotto con la zappa! E mettere giù un seme ogni venti centimetri. Tranquilli, ho comprato una piccola seminatrice manuale.

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Ci saranno giorni di noia e giorni di meraviglia. Travaglio quando minaccia un temporale e gratitudine ai tempi di un buon raccolto. Il Giardino dell’Eden appare e scompare continuamente.

Il contadino è il primo degli utilitaristi e l’ultimo dei poeti.

Ho scelto di vivere della Natura per vivere nella Natura. Insomma, per poterne intuire la fuggevole essenza e subito dopo dimenticarmene.

TONIC-GUEST-Denis-Bonanni

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