Bella di nonna 

Questa che vedete in foto è mia nonna Germana da giovane.


Mi è tornata in mente quando ho letto questo articolo, in cui gli indigeni prendevano gli invasori per dei selvaggi perché non si tatuavano, manco fossero animali.

Questo stupore e raccapriccio nei confronti della pelle “nature” mia nonna lo condivideva in pieno. Se c’era un modo per mandarla fuori di testa, a parte la strategia militare degli USA, era proprio questo.

Non poteva capacitarsi del fatto che qualcuno non trovasse necessario truccarsi prima di uscire o non occuparsi del taglio regolare dei capelli.

Per lei era l’equivalente di un ritardo grave, qualcosa che dimostrava che non era opportuno che tu abitassi da solo.

Tipo che una comincia che non si trucca la mattina e finisce che apre il gas e ammazza tutta la palazzina, un dramma sociale.

E guardava noi nipoti che ogni tanto le esponevamo qualche teoria innovativa sulla “bellezza naturale” come se avessimo appena avuto un ictus.
“Cosa credi, che Angelina Jolie la mattina si svegli già così? Mica te lo vengono a dire a te, ma si curano eccome!” tuonava. I pilastri di segretezza e disciplina assimilavano il suo senso della cura di sé allo sistema di valori di un corpo scelto di Intelligence.

Io ero la nipote più recettiva. Se fossi stata Holly, io sarei andata a fare colazione da Sephora. Sono caduta in un amore assolutamente corrisposto per la cosmesi e il make up quando ebbi tra le mani il mio primo L’Oréal Paris Corolle verde mela nel 1997.

E da sette anni una multinazionale della cosmesi è la principale destinataria dei miei accurati report e dei miei algoritmi su quanto, dove, come si parla dei loro prodotti e chi lo fa; questo mi ha garantito una competenza enciclopedica e un flusso in uscita di finanze di proporzioni alluvionali. Forse avrei dovuto farmi un’assicurazione per sovraesposizione al marketing o qualcosa del genere.
Lei è l’unica che non aveva trovato quantomeno curioso che una che fa una tesi di laurea in algebra e statistica provi autentica gioia nell’applicare tali sofferte competenze al mondo della cosmesi.

E questo perché lei sapeva che si tratta di un argomento terribilmente serio.
Durante i suoi 17 anni (diciassette, no due giorni) di terapie per arginare i tumori che la bombardavano non ha mai scordato di mettere la crema da notte.

Si truccava per andare a fare le terapie, perché “non è che siccome quei poveracci stanno in ospedale tutto il giorno allora si meritano di vederti abbrutita”.
Almeno una volta l’anno facevamo una gita nella sua profumeria di fiducia (lei aveva sempre qualcosa che le mancava da usare come scusa). Lì passavamo tutto il tempo che volevamo provando, studiando, confrontando, testando. Una volta l’anno, di solito per Natale, mi arrivava qualcosa che io non mi sarei mai e poi mai potuta permettere: una crema idratante Sisley, un tonico Chanel, mascara-kajal, un blush.

E io naturalmente usavo tutto con religiosa costanza. Assumevo il tonico di Chanel la mattina alle otto come se fosse cortisone, spalmavo le creme recitando preghiere di benedizione e disegnavo tratti di eye-liner con mano da chirurgo.
A mano a mano che crescevo lo scambio diventava sempre più alla pari. Lei conservava gli Elle dove aveva visto qualche pettinatura che secondo lei mi sarebbe stata bene, io le facevo un riassunto dei lanci più validi dell’anno. Lei era fortissima sul “copia il look delle star”, cosa su cui io invece non mi sono mai applicata.

Non vivevamo vicine, ma non importava.
Tre mesi fa ho ripensato a lei.

Ho sentito e ripetuto mentalmente tutti i principali suggerimenti e insegnamenti.

Il sedici giugno, insieme a mia madre, mi sono messa di fronte il mio arsenale di pennelli e i trucchi che avevo comprato insieme a mamma durante un blitz da Sephora (“E porta tua madre a comprarsi qualcosa, non vedi che quel rossetto le sta male?”).

Ho steso il primer di Sisley, una BB di Dior (“Esci pure senza mutande ma non senza fondotinta!!”), due illuminanti diversi (“Gli zigomi sono la parte più importante del viso!”), il blush (“Ce l’hai il blush?” me lo chiedeva come “ce li hai i soldi”, così, prima di uscire. “Senza blush sembri malata!”), il primer sugli occhi (“ecco, questa è una bella invenzione”) e ho fatto la mia personale opera d’arte.

Ho finito con una tinta di Yves Saint Laurent, e poi ho passato in rassegna il risultato. Persino i capelli erano a posto, miracolo. L’ho mentalmente ringraziata.
Mi sono truccata da sola il giorno del mio matrimonio perché ho assorbito la forza che proviene dal rituale. Prima di ogni spettacolo ho trasformato l’ansia in un disegno sul viso. Prima delle lauree, ho disegnato le mie speranze. E non importa se tre anni di traslochi e vita un po’ nomade hanno un po’ ridotto il tempo e lo spazio che ho a disposizione.

È il rituale che conta.

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