Imparare a perdersi e perdere se stessi

L’estate è notoriamente il periodo delle ferie e quindi dei viaggi. Qualcuno partirà per mete lontane, magari mai viste, altri andranno nella località di villeggiatura già conosciute e alcuni non potranno permettersi nulla di questo e rimarranno semplicemente a casa.

C’è un film che mi ha ispirato a scrivere questo pezzo, una pellicola che rivedo sempre volentieri e che riesce ogni volta a emozionarmi prima e farmi riflettere poi, ossia I sogni segreti di Walter Mitty. La riflessione che vorrei condividere in queste righe riguarda il senso del viaggio e di se stessi a partire proprio da questo (a mio personalissimo gusto) bellissimo film (il trailer ufficiale qui).

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Il viaggio da sempre è associato a un doppio movimento, uno esterno, fisico, ossia lo spostare il proprio corpo, e l’altro interno, metafisico, ossia spostarsi rispetto a vecchi punti di riferimento. Negli ultimi anni i viaggi sono un business mainstream e in rete è pieno di pacchetti e proposte che potrei definire sensoriali. Luoghi, come le spa, i cammini, ecc., che propongono esperienze autentiche, in grado di farvi ritrovare voi stessi.

Eppure vorrei fermarmi un attimo a ragionare: ha davvero senso cercare se stessi nella nostra società? Siamo bombardati da stimoli che ci ricordano chi siamo: i nostri documenti di identità (spesso con foto che vorremmo dimenticare), le tessere dei mezzi o delle catene di negozi, per finire con i social network, dove campeggiano le nostre immagini e le nostre storie. Mi sembra che ci sia, al contrario, una sovrabbondanza di considerazione del proprio sé (cosa questo voglia dire nella nostra era digitale sarebbe interessante indagarlo). Forse, se la mia tesi è convincente, ha più senso perdersi e perdere se stessi piuttosto che trovarsi.

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In antropologia il viaggio è uno dei fondamenti inteso non tanto come percorre km quanto piuttosto raggiungere uno stato di spaesamento.

È in questo attraversamento di confine di senso che si ha la possibilità di lasciare che il mondo, inteso come tutto ciò che non siamo noi, ci avvolga e a volte ci sommerga.

Walter Mitty trascorre una vita ordinaria; ha un lavoro in fondo niente male, anche se rischia il posto (è un figlio della precarietà), e ha sogni. Sogni molto vividi. In ogni sogno ciò che cambia in primis è se stesso. Ad un certo punto però Walter decide che il mondo onirico non basta e parte davvero.

Nella mia personale lettura del film, questo lungo viaggio, motivato dalla ricerca di un oggetto, è un percorso per perdersi e perdere se stessi. Sono tanti gli episodi durante i quali Walter si guarda attorno senza sapere esattamente dove sia (per fortuna non ha Maps a ricordarglielo ogni metro) e sono diversi i momenti in cui si ritrova a perdere pezzi della sua storia, dei suoi ricordi, delle sue certezze. Li lascia in una terra sconosciuta, li scambia con qualcosa di nuovo, li offre come pegno. La cosa importante da sottolineare è che queste perdite, e il conseguente spaesamento, sono volute, ricercate.

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Nella nostra società parlare di perdita di se stessi, di smarrimento, di spaesamento significa parlare di concetti negativi (vi sfido a fare una ricerca in internet e dirmi il contrario). Siamo costantemente focalizzati su chi siamo, su dove vogliamo andare e chi vogliamo essere. C’è poco altro che non riguardi noi stessi. Una ipertrofia dell’ego.

Ma se ogni istante della nostra vita abbiamo qualcosa che ci rinchiude dentro il nostro mondo come si può far entrare qualcosa di nuovo dentro le routine di tutti i giorni?

All’interno del film la scintilla che innesca una serie di esplosioni a catena dentro il personaggio è una donna, ma nella nostra vita che importa quale sia la natura di questa scintilla? Può essere una persona, un bisogno interiore o qualsiasi altra fonte.

La mia è stata il bisogno di mettermi in discussione, di lasciare andare cose, e questo mi ha portato a spaesarmi a Stoccolma, a Praga, a Cracovia, in un paesino della Lapponia. Il punto non è il luogo. Questo potrebbe anche essere la via dietro casa vostra. Piuttosto è quello che lasciate uscire di voi lungo la strada come prima cosa. E infine accogliere completamente la sensazione di spaesamento che vi raggiunge nel momento in cui realizzate di non avere le cose nel vostro assoluto controllo, di non conoscere a memoria le strade che state percorrendo, di non avere familiarità con le persone che incrociate.

Non importerà in quel momento chi siete (ritroverete voi stessi una volta tornati tra le mura amiche), né cosa fate o quali siano i vostri progetti. Importerà solo fare esperienze: mangiare qualcosa di mai provato in un posto nuovo, parlare con sconosciuti di un argomento trovato al momento, osservare qualcosa in cui vi siete imbattuti per caso. Lasciate che sia il mondo a riempirvi di cose nuove, ma per fare ciò, lasciate prima degli spazi vuoti.

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Il risultato sarà, non un totale e eterno smarrimento, ma un arricchimento di voi stessi, una messa in discussione e una crescita.

Per cui, durante le ferie, ovunque siate, provate a liberarvi del vostro Ego; fuori ci sono storie incredibili che meritano di essere conosciute.

«Ground Control to Major Tom, commencing countdown, engines on, check ignition and may God’s love be with you.»

(D. Bowie – Space Oddity)

TONIC-GUEST-Roberto-Lazzaroni

 

Per approfondire leggi anche:

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