THE AGE OF ADALINE: vuoi veramente essere giovane e bella per sempre?

Non ho mai capito perché, ma noi donne siamo ossessionate dalla nostra età.

La nostra esperta di marketing Giorgia può confermarlo: moltissime strategie pubblicitarie di prodotti rivolti alle donne si basano proprio sul nostro costante desiderio di apparire giovani.

Vi siete mai chieste il perché? Perché devo nascondere i miei capelli bianchi? O cercare la crema tassativamente con il Coenzima Q-10? O nascondere la mia pelle che, causa forza di gravità, non é più tonica come quando avevo 20 anni?

Il film racconta la storia di Adaline, una ragazza che, per un fortuito concatenarsi di mirabolanti eventi, smette di invecchiare all’età di 29 anni.

Per lunghi tratti della sua vita, nessuno si insospettisce né si domanda il perché di questa particolarità. Al contrario, Adaline riceve soltanto complimenti. “Che fortuna che hai” è la frase che ricorre maggiormente insieme al “sembrate sorelle!”, una frase che la protagonista sente ripetere spesso quando presenta la propria figlia ad amici e conoscenti.

Quanto sarebbe bello non invecchiare mai! Ma siamo proprio sicuri sia così?

Guardate il film, che con nonchalance e leggerezza, vi farà sicuramente riflettere su questo tema così antico anche se non vi darà delle risposte definitive. Certo, è facile cedere al fascino dell’idea di non perdere mai la propria bellezza giovanile; niente rughe, niente braccia cadenti, niente mento flaccido. D’altra parte, Adaline ci accompagna nella scoperta dei valori autentici, dell’amore, dell’importanza che il tempo ha nel determinare il peso di ciò che accade nella nostra vita.

Prova a pensare come sarebbe la tua vita se vedessi tutte le persone che ti circondano invecchiare, che la tua metà progredisce nelle fasi della crescita, mentre tu rimani sempre la stessa, perdendo il legame speciale che vi unisce nel vostro cammino.

The Age of Adaline é una bellissima commedia romantica: racconta di un amore senza tempo (in tutti i sensi), di cambiamenti, di solitudine e.. superbe acconciature!

Blake Lively é la mia hairstyle preferita, la mia musa. Se avesse un canale Youtube, guarderei tutta la pubblicitá nei suoi video (il massimo segno di stima che posso dimostrare verso un altro essere umano)!

Sceneggiatura 7 Un po’ debole a tratti, ma tutto sommato originale. Bellissima la presentazione iniziale della storia di Adeline, ottimo il finale.

Cast 7 Rivedere Harrison Ford in questi anni é come rivedere il tuo primo fidanzatino… senza che gli anni lo abbiano reso più brutto! Indiana Jones sempre nel cuore <3. Michiel Huisman, aka Dario di Games of Thrones, é un piacere per gli occhi. Purtroppo Blake Lively é molto bella. E basta. Poco profonda, poco espressiva. Un’ottima scelta se si punta tutto su un’attrice capace di risultare attraente in ogni situazione.

Regia 8 Un giovane regista, classe 83, Lee Toland Krieger. A mio parere, se la cava benissimo.

Scenografia e luci 9 Tutto funziona a regola d’arte ai fini della narrazione. Qualche picco molto interessante nelle scene dove si raccontano gli episodi chiave che cambiano la vita di Adaline.

Costumi 10 Ottimariproduzione degli anni passati; é fatto talmente bene che probabilmente tra 10 anni si potrá ancora vedere e considerare attuale.

Colonna sonora 6 Niente di particolarmente degno di nota.

TOTALE 8-

In conclusione, una commedia romantica piacevole, non troppo stucchevole, non troppo scontata. Un ottimo modo per passare 2 ore del vostro tempo autunnale quando fuori piove.

 

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I soldi non fanno la felicità, ma..

Oggi vi voglio raccontare una storia.

Clara lavora come impiegata in un’azienda che produce ricambi industriali per auto.

Dopo una laurea in Ingegneria è stata subito cercata e contattata da diverse aziende: Clara è nata nel ‘78, funzionava ancora così negli anni in cui ha conseguito la sua laurea. E’ stata una fortuna…ma ne siamo davvero sicuri?

Clara ogni tanto inizia a chiederselo. In fondo, si è ritrovata con un posto fisso a tempo indeterminato e non ha minimamente osato pensare di dire di no, ma nemmeno di pensarci un attimo con più calma.

In fondo, pare brutto avrà pensato, sentendosi mortificata anche solo all’idea.

Il problema è che Clara si ritrova a pagare una decisione, o meglio, una non decisione, proprio adesso, a 35 anni: ha un marito e due bambini e la notte non dorme perché pensa a dove sarebbe oggi se ci avesse riflettuto solo un poco. Sarebbe bastato perché già allora sapeva che cosa avrebbe voluto davvero fare e per cosa era veramente portata: fin da quando era piccola aveva sempre amato scrivere, poi un giorno, su un giornale, aveva letto un’intervista che parlava di un mestiere che non pensava nemmeno esistesse.

A un certo punto, una notte, Clara si arrabbia per la sua arrendevolezza: si alza dal letto diventato suo nemico, che ha smesso di cullare i sui sogni per metterle davanti, come se vedesse un film, le sue frustrazioni.

Accende il pc, inizia a navigare.

Dopo due ore chiude lo schermo, sollevata di aver trovato una conferma alle sue supposizioni e ancora più disperata, allo stesso tempo.

Il copywriting è diventato un mestiere declinabile in diversi modi: lei lo sa quanto sarebbe brava a presentare, con le sue parole, tutti quei professionisti che hanno un proprio sito, che devono presentare il proprio lavoro facendo intuire a chi li legge anche una parte di loro stessi e del loro carattere: è sempre stata brava a capire le persone e a tramutare ciò che vede in parole.

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Nelle notti successive, la disperazione lascia un po’ il posto all’entusiasmo: Clara legge siti, si informa, fa schemi, bilanci.

Potrebbe aprire partita iva e iniziare a promuovere il suo lavoro riscrivendo i siti per la sua amica che fa la food blogger. Una volta, a cena insieme, le aveva detto: “Ma cosa ci fai ancora in quell’ufficio a impazzire tra mail e ordini del capo…Mi ricordo ancora dei tuoi temi del liceo, che pelle d’oca mi faceva venire leggerli.  Vorrei migliorare un po’ i testi del mio sito, li trovo impersonali, le persone non capiscono di che pasta sono fatta quando li leggono. Perché non ci dai un’occhiata?”.

Clara si era illuminata, ma poi si era subito detta: “Ma dove lo trovo il tempo? Dopo una giornata in ufficio, ultimamente arrivo a casa e vorrei solo andare a morire in quel letto che mi è diventato nemico”.

Ora ci ripensa, si fa un appunto per il giorno dopo, anzi due. La prima cosa che fa è chiamare la sua amica, che risponde entusiasta di sì alla sua domanda. La seconda persona che chiama è la sua commercialista. Questa seconda chiamata non la conforta propriamente, ma segue il suo consiglio e inizia a farsi un po’ di conti.

Ma soprattutto, le notti successive le passa a studiare. Faldoni di documenti sempre ignorati, grafici, note informative. Ha la testa che le scoppia ma è rincuorata.

Si rende conto, però, di aver bisogno ancora di un ultimo aiuto, che fatica un po’ a chiedere perché le è stato più volte offerto ed ignorato.

Quella sera, dopo cena, lei e suo marito si mettono ad un tavolo: questa volta lei lo ascolta attentamente e prende appunti.

Si ricorda di quella polizza, che ora finalmente capisce cos’è, che suo padre aveva aperto per lei quando aveva 18 anni, su cui lei aveva scrupolosamente continuato a versare ogni anno quello che metteva da parte. E’ sempre stata una risparmiatrice, ma le vengono delle lacrime di felicità a vedere quanti soldi ci sono sopra. Suo marito, che fa il consulente finanziario, le spiega che può richiederne da subito liberamente il 30%.

Una parte di quelli le serviranno come linfa vitale per avviare il suo progetto, stando tranquilla perché avrà le spalle coperte e avrà anche la possibilità di investire da subito nel suo business affinché possa continuare a formarsi e a migliorare.

Suo marito le consiglia poi da subito di usarne un’altra parte per iniziare un investimento in un fondo a cedola, in modo tale da avere un piccolo reddito aggiuntivo per tamponare gli alti e bassi del suo futuro lavoro da libero professionista.

Quando l’attività decollerà, potrà sfruttare appieno anche il risparmio in tassazione della polizza aperta da suo papà: in questo la commercialista e suo marito sono stati concordi.

Clara legge, si informa, cerca di capire e decide che inizierà subito a mettere da parte in un piano di accumulo 100 euro al mese, che le serviranno per continuare la sua abitudine al risparmio, con un obiettivo a 5 anni: per allora la sua attività sarà decollata, lei lo sa, ci crede e potrà così permettersi un’assistente.

Per il momento Clara decide di continuare a lavorare part-time nell’azienda, per dedicare pomeriggi, serate e spesso, ahimé, nottate (che però ora passano felici) a far crescere il suo piccolo business.

L’insonnia sparisce e aumenta la stanchezza che la fa crollare non appena tocca il cuscino. Esponenzialmente, però, cresce anche la felicità: quella di essersi costruita il proprio successo, la propria strada e di essere riuscita a partire con la tranquillità e la serenità dovuta al sentirsi le spalle coperte.

Spesso non si investe un po’ di tempo nel formarsi la propria personale educazione finanziaria: peccato che faccia sempre la differenza, come è stato per Clara.

Vorresti prendere anche tu in mano la tua vita, iniziando a prendere delle decisioni attive con i soldi che guadagni?

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Bella di nonna 

Questa che vedete in foto è mia nonna Germana da giovane.


Mi è tornata in mente quando ho letto questo articolo, in cui gli indigeni prendevano gli invasori per dei selvaggi perché non si tatuavano, manco fossero animali.

Questo stupore e raccapriccio nei confronti della pelle “nature” mia nonna lo condivideva in pieno. Se c’era un modo per mandarla fuori di testa, a parte la strategia militare degli USA, era proprio questo.

Non poteva capacitarsi del fatto che qualcuno non trovasse necessario truccarsi prima di uscire o non occuparsi del taglio regolare dei capelli.

Per lei era l’equivalente di un ritardo grave, qualcosa che dimostrava che non era opportuno che tu abitassi da solo.

Tipo che una comincia che non si trucca la mattina e finisce che apre il gas e ammazza tutta la palazzina, un dramma sociale.

E guardava noi nipoti che ogni tanto le esponevamo qualche teoria innovativa sulla “bellezza naturale” come se avessimo appena avuto un ictus.
“Cosa credi, che Angelina Jolie la mattina si svegli già così? Mica te lo vengono a dire a te, ma si curano eccome!” tuonava. I pilastri di segretezza e disciplina assimilavano il suo senso della cura di sé allo sistema di valori di un corpo scelto di Intelligence.

Io ero la nipote più recettiva. Se fossi stata Holly, io sarei andata a fare colazione da Sephora. Sono caduta in un amore assolutamente corrisposto per la cosmesi e il make up quando ebbi tra le mani il mio primo L’Oréal Paris Corolle verde mela nel 1997.

E da sette anni una multinazionale della cosmesi è la principale destinataria dei miei accurati report e dei miei algoritmi su quanto, dove, come si parla dei loro prodotti e chi lo fa; questo mi ha garantito una competenza enciclopedica e un flusso in uscita di finanze di proporzioni alluvionali. Forse avrei dovuto farmi un’assicurazione per sovraesposizione al marketing o qualcosa del genere.
Lei è l’unica che non aveva trovato quantomeno curioso che una che fa una tesi di laurea in algebra e statistica provi autentica gioia nell’applicare tali sofferte competenze al mondo della cosmesi.

E questo perché lei sapeva che si tratta di un argomento terribilmente serio.
Durante i suoi 17 anni (diciassette, no due giorni) di terapie per arginare i tumori che la bombardavano non ha mai scordato di mettere la crema da notte.

Si truccava per andare a fare le terapie, perché “non è che siccome quei poveracci stanno in ospedale tutto il giorno allora si meritano di vederti abbrutita”.
Almeno una volta l’anno facevamo una gita nella sua profumeria di fiducia (lei aveva sempre qualcosa che le mancava da usare come scusa). Lì passavamo tutto il tempo che volevamo provando, studiando, confrontando, testando. Una volta l’anno, di solito per Natale, mi arrivava qualcosa che io non mi sarei mai e poi mai potuta permettere: una crema idratante Sisley, un tonico Chanel, mascara-kajal, un blush.

E io naturalmente usavo tutto con religiosa costanza. Assumevo il tonico di Chanel la mattina alle otto come se fosse cortisone, spalmavo le creme recitando preghiere di benedizione e disegnavo tratti di eye-liner con mano da chirurgo.
A mano a mano che crescevo lo scambio diventava sempre più alla pari. Lei conservava gli Elle dove aveva visto qualche pettinatura che secondo lei mi sarebbe stata bene, io le facevo un riassunto dei lanci più validi dell’anno. Lei era fortissima sul “copia il look delle star”, cosa su cui io invece non mi sono mai applicata.

Non vivevamo vicine, ma non importava.
Tre mesi fa ho ripensato a lei.

Ho sentito e ripetuto mentalmente tutti i principali suggerimenti e insegnamenti.

Il sedici giugno, insieme a mia madre, mi sono messa di fronte il mio arsenale di pennelli e i trucchi che avevo comprato insieme a mamma durante un blitz da Sephora (“E porta tua madre a comprarsi qualcosa, non vedi che quel rossetto le sta male?”).

Ho steso il primer di Sisley, una BB di Dior (“Esci pure senza mutande ma non senza fondotinta!!”), due illuminanti diversi (“Gli zigomi sono la parte più importante del viso!”), il blush (“Ce l’hai il blush?” me lo chiedeva come “ce li hai i soldi”, così, prima di uscire. “Senza blush sembri malata!”), il primer sugli occhi (“ecco, questa è una bella invenzione”) e ho fatto la mia personale opera d’arte.

Ho finito con una tinta di Yves Saint Laurent, e poi ho passato in rassegna il risultato. Persino i capelli erano a posto, miracolo. L’ho mentalmente ringraziata.
Mi sono truccata da sola il giorno del mio matrimonio perché ho assorbito la forza che proviene dal rituale. Prima di ogni spettacolo ho trasformato l’ansia in un disegno sul viso. Prima delle lauree, ho disegnato le mie speranze. E non importa se tre anni di traslochi e vita un po’ nomade hanno un po’ ridotto il tempo e lo spazio che ho a disposizione.

È il rituale che conta.

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[Colonna sonora per il post]

Il rosa è un colore tipicamente femminile e questo è cosa nota. Meno noto è il fatto che non è sempre stato così. Infatti fino ai primi anni del ‘900 era l’azzurro il colore tipicamente attribuito al genere femminile, tant’è che anche la Madonna in tutte le raffigurazioni pittoriche, indossa un manto azzurro.

E allora, cos’è successo?

Il rosa era sempre stato abbinato al genere maschile, perché è una variante del rosso e simboleggiava virilità e forza, mentre il blu e la sua variante azzurra, erano considerati più raffinati ed eleganti ed erano associati al genere femminile.

Tuttavia negli anni 30 e 40 qualcosa è cambiato. Gli uomini hanno iniziato ad indossare colori scuri e le donne hanno dovuto sostituire in fabbrica i loro compagni impegnati in guerra. Così, forse per affermare il loro ruolo attivo nella società, hanno cominciato ad adottare il colore rosa, fino a quel momento appannaggio maschile. Erano le prime avvisaglie di femminismo.

Da un punto di vista scientifico, è stato dimostrato che il rosa fa abbassare la frequenza cardiaca e provoca un senso di benessere e di rilassamento. Per averne un’ulteriore conferma, le pareti delle celle di alcuni penitenziari americani vennero dipinte di rosa. Si osservò una significativa diminuzione degli episodi di violenza e il colore rosa venne quindi mantenuto.

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Quante sfumature di rosa conosciamo? Tantissime! Nel 1936 la famosissima stilista Elsa Schiaparelli ne creò una tutta sua: il Rosa Shocking. Con questo colore vestì non solo le sue clienti, ma anche il suo profumo, Shocking de Schiaparelli, appunto. Il successo fu grandioso e il colore divenne una tinta conosciuta e riconosciuta da tutti.

Profumi alla rosa ne abbiamo? Tantissimi! E amatissimi da tutte noi.

Io stessa ho portato per anni Paris di Yves Saint Laurent, Tea Rose e Jean Louis Sherrer. Quando parliamo di profumo alla rosa immaginiamo subito qualcosa di leggiadro, delicato, romantico, tipicamente femminile.

Si tratta però di un luogo comune che la profumeria in generale e quella di nicchia in particolare, stanno smantellando in questi ultimi anni.

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In questi anni di promiscuità, miscellanea e fluidità di genere, anche il profumo si è adeguato e le aziende essenziere non esitano ad osare abbinamenti considerati insoliti per la profumeria maschile.

Quindi oltre ai fiori che già venivano utilizzati, quali garofano, lavanda, violetta e geranio, la rosa viene usata molto spesso e addirittura spicca su tutti gli altri. Possiamo quindi trovare delle bellissime fragranze dal bouquet inaspettato, insolito e anche un po’ romantico. E soprattutto, possiamo usare gli stessi profumi del nostro lui!

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La pelle che parla

C’è chi li ama, c’è chi li odia. Ma di che cosa si tratta veramente? I tatuaggi. Perchè si fanno e come mai si vedono sempre più spesso? Le risposte fanno capire che si tratta di un fenomeno vasto e trasversale.Fanno capire la centralità del nostro corpo nell’esprimere “chi siamo” e da “dove veniamo”.

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Steve McQueen

Un tatuaggio non può non essere affascinante. È un mezzo attraverso il quale un’individuo costruisce simbolicamente la propria identità. Qualsiasi cosa sia, la persone la ritiene cosi costituente di sè che sceglie di farla inscrivere sul proprio corpo. Proprio per questo un tatuaggio provoca domande come: Cosa significa? Come mai l’hai fatto?
Non si tratta di un fenomeno recente, è da migliaia di anni che vengono praticati i tatuaggi. I piu antichi risalgono a 5.000 anni fa come si possono vedere sulla mummia di Ötzi. Dagli studi svolti appare che i suoi 61 tautaggi avessero soppratutto uno scopo terapeutico. Anche tra gli antichi Egizi non erano puramente estetici. I tautaggi venivano portati da donne e si trattava di sequenze di simboli sull’addome che dovevano proteggere la donna durante la gravidanza e la nascita del bambino. Tra popoli come i precolombiani e nella cultura di Pazyryk (Altaj) invece, i tatuaggi si presentavano in elaboratissimi disegni di creature mistiche e segnalavano lo status sociale della persona.

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Mila Kunis as Lily in Black Swan

I pareri sui tatuaggi variano, ma non si può negare che nell’ultimo decennio c’è stata una crescita sfrenata di questo fenomeno ed è entrato a fare parte della pop culture. Secondo un sondaggo Istat, 13 su 100 italiani hanno un tatuaggio e tra questi più della metà sono donne. L’aspetto interessante però è che mentre una volta le persone facevano i tatuaggi per essere ‘outsider’, ora vengono fatti per diventare ‘insider’. Questo è dovuto al boom di tatuaggi tra le celebrità, il successo di reality dedicati ai tattoo shop, serie TV e anche i social media. Si tratta di un fenomeno che attraversa confini di classe, genere, età e background; non è più taboo.

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Jane Doe in Blindspot

Viene naturale a questo punto chiedersi se sono davvero tutti simboli con profondi significati oppure se vengono fatti con puri scopi estetici. Infatti, a parte il significato, un tatuaggio crea anche una specifica aura attorno a una persona: di mistero, fascino, forza. Tutti aspetti che possono risultare molto attraenti. Ma ne vale la pena segnare permanentemente il corpo solo per l’estetica? E quando ti stuferai cosa farai?

 

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Lisbeth Salander in The Girl
With the Dragon Tattoo

Il mio l’ho fatto a 18 anni. L’ho dedicato al mio migliore amico, al marito della mia mamma e a colui che da quando ho 8 anni chiamo papà. Quell’anno per me era segnato da cambiamenti importanti come l’inizio del percorso universitario (vedere: L’ingrediente fondamentale per ottenere il massimo dai tuoi anni all’università e Vale ancora la pena studiare all’università?), ma soprattutto dal trasferimento del mio papà per lavoro in Congo-Brazzaville. Sarebbe stata la prima volta che non avrei seguito la mia famiglia in giro per il mondo. Ho il sorriso di mia mamma che mi ha dato la vita, le mani e i capelli di mia nonna che mi ha cresciuto, ma volevo qualcosa anche dell’incredibile persona che era diventata mio padre. Il tatuaggio mi ha permesso di avere questo. Tuttavia ci si può chiedere: ma è neccessario trasformare qualcosa che già hai nel cuore in qualcosa di estetico, di visibile a tutto il mondo? Perchè non tenerlo per se?

Francesco Remotti, un noto antropologo italiano, introduce il concetto di antropopoiesi per riferirsi al processo di costruzione dell’identità umana. L’uomo infatti è incompleto affinchè attraverso pratiche come la modificazione del corpo non acquisisce la componente culturale che lo renderà più umano (leggi qui).

I tatuaggi in tale contesto non sono solo un intervento estetico, ma un mezzo per raccontare chi siamo. E la vostra pelle cosa racconta?

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Imparare a perdersi e perdere se stessi

L’estate è notoriamente il periodo delle ferie e quindi dei viaggi. Qualcuno partirà per mete lontane, magari mai viste, altri andranno nella località di villeggiatura già conosciute e alcuni non potranno permettersi nulla di questo e rimarranno semplicemente a casa.

C’è un film che mi ha ispirato a scrivere questo pezzo, una pellicola che rivedo sempre volentieri e che riesce ogni volta a emozionarmi prima e farmi riflettere poi, ossia I sogni segreti di Walter Mitty. La riflessione che vorrei condividere in queste righe riguarda il senso del viaggio e di se stessi a partire proprio da questo (a mio personalissimo gusto) bellissimo film (il trailer ufficiale qui).

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Il viaggio da sempre è associato a un doppio movimento, uno esterno, fisico, ossia lo spostare il proprio corpo, e l’altro interno, metafisico, ossia spostarsi rispetto a vecchi punti di riferimento. Negli ultimi anni i viaggi sono un business mainstream e in rete è pieno di pacchetti e proposte che potrei definire sensoriali. Luoghi, come le spa, i cammini, ecc., che propongono esperienze autentiche, in grado di farvi ritrovare voi stessi.

Eppure vorrei fermarmi un attimo a ragionare: ha davvero senso cercare se stessi nella nostra società? Siamo bombardati da stimoli che ci ricordano chi siamo: i nostri documenti di identità (spesso con foto che vorremmo dimenticare), le tessere dei mezzi o delle catene di negozi, per finire con i social network, dove campeggiano le nostre immagini e le nostre storie. Mi sembra che ci sia, al contrario, una sovrabbondanza di considerazione del proprio sé (cosa questo voglia dire nella nostra era digitale sarebbe interessante indagarlo). Forse, se la mia tesi è convincente, ha più senso perdersi e perdere se stessi piuttosto che trovarsi.

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In antropologia il viaggio è uno dei fondamenti inteso non tanto come percorre km quanto piuttosto raggiungere uno stato di spaesamento.

È in questo attraversamento di confine di senso che si ha la possibilità di lasciare che il mondo, inteso come tutto ciò che non siamo noi, ci avvolga e a volte ci sommerga.

Walter Mitty trascorre una vita ordinaria; ha un lavoro in fondo niente male, anche se rischia il posto (è un figlio della precarietà), e ha sogni. Sogni molto vividi. In ogni sogno ciò che cambia in primis è se stesso. Ad un certo punto però Walter decide che il mondo onirico non basta e parte davvero.

Nella mia personale lettura del film, questo lungo viaggio, motivato dalla ricerca di un oggetto, è un percorso per perdersi e perdere se stessi. Sono tanti gli episodi durante i quali Walter si guarda attorno senza sapere esattamente dove sia (per fortuna non ha Maps a ricordarglielo ogni metro) e sono diversi i momenti in cui si ritrova a perdere pezzi della sua storia, dei suoi ricordi, delle sue certezze. Li lascia in una terra sconosciuta, li scambia con qualcosa di nuovo, li offre come pegno. La cosa importante da sottolineare è che queste perdite, e il conseguente spaesamento, sono volute, ricercate.

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Nella nostra società parlare di perdita di se stessi, di smarrimento, di spaesamento significa parlare di concetti negativi (vi sfido a fare una ricerca in internet e dirmi il contrario). Siamo costantemente focalizzati su chi siamo, su dove vogliamo andare e chi vogliamo essere. C’è poco altro che non riguardi noi stessi. Una ipertrofia dell’ego.

Ma se ogni istante della nostra vita abbiamo qualcosa che ci rinchiude dentro il nostro mondo come si può far entrare qualcosa di nuovo dentro le routine di tutti i giorni?

All’interno del film la scintilla che innesca una serie di esplosioni a catena dentro il personaggio è una donna, ma nella nostra vita che importa quale sia la natura di questa scintilla? Può essere una persona, un bisogno interiore o qualsiasi altra fonte.

La mia è stata il bisogno di mettermi in discussione, di lasciare andare cose, e questo mi ha portato a spaesarmi a Stoccolma, a Praga, a Cracovia, in un paesino della Lapponia. Il punto non è il luogo. Questo potrebbe anche essere la via dietro casa vostra. Piuttosto è quello che lasciate uscire di voi lungo la strada come prima cosa. E infine accogliere completamente la sensazione di spaesamento che vi raggiunge nel momento in cui realizzate di non avere le cose nel vostro assoluto controllo, di non conoscere a memoria le strade che state percorrendo, di non avere familiarità con le persone che incrociate.

Non importerà in quel momento chi siete (ritroverete voi stessi una volta tornati tra le mura amiche), né cosa fate o quali siano i vostri progetti. Importerà solo fare esperienze: mangiare qualcosa di mai provato in un posto nuovo, parlare con sconosciuti di un argomento trovato al momento, osservare qualcosa in cui vi siete imbattuti per caso. Lasciate che sia il mondo a riempirvi di cose nuove, ma per fare ciò, lasciate prima degli spazi vuoti.

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Il risultato sarà, non un totale e eterno smarrimento, ma un arricchimento di voi stessi, una messa in discussione e una crescita.

Per cui, durante le ferie, ovunque siate, provate a liberarvi del vostro Ego; fuori ci sono storie incredibili che meritano di essere conosciute.

«Ground Control to Major Tom, commencing countdown, engines on, check ignition and may God’s love be with you.»

(D. Bowie – Space Oddity)

TONIC-GUEST-Roberto-Lazzaroni

 

Per approfondire leggi anche:

La vera natura del viaggio, ovvero quello che le agenzie di viaggio non dicono

COSA METTERE NELLO ZAINO PER IL TUO VIAGGIO PIÙ LUNGO

HAI IL GENE DEL VIAGGIATORE?

WILD: un lungo viaggio verso se stessi

Turista o Viaggiatore?

BELLO E’ MEGLIO! Ma cosa è “bello”?

Cos’è la bellezza?

E’ un’idea universale?

Perché esiste l’idea di bellezza e perché è tanto importante?

Con questo post qualche spunto di riflessione…
Secondo gli antropologi, quella che noi chiamiamo bellezza è un insieme di pratiche che mirano a dare un significato al corpo.

Il corpo è carne, appartiene al mondo della natura, ma è anche qualcosa di più.
Attraverso il corpo, le sue movenze, i modi d’atteggiarci, il trucco, l’abbigliamento diamo significato alle nostre azioni e fondiamo il nostro senso d’identità come esseri umani e come persone.

Attraverso la cura del corpo, tutte le popolazioni in qualsiasi epoca hanno cercato di marcare la distanza da uno stato di natura, dal caos, dal caso, dalla violenza, dal male.

Dare bellezza è dare ordine -qualsiasi esso sia- al vuoto, alla potenziale mancanza di senso della vita.

Il termine ‘bellezza’ deriva dal latino bellus che è diminutivo di una forma antica di bonus, ovvero buono, e quindi indica questa intima connessione tra l’idea di bello e
quella di bene.
Le forme della bellezza, le convenzioni e i canoni, però, variano da cultura a cultura e anche nel tempo perché si adattano al contesto, come puoi leggere in Storie di Capelli.

Le famose Veneri del Neolitico, per esempio, erano le Belen Rodriguez delle prime civiltà, in quanto simbolo di fecondità e abbondanza (forza curvy, alla riscossa!).

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Ai giorni nostri, nella società della sovrabbondanza e dei consumi, i simboli di bellezza più diffusi si riferiscono invece alla magrezza, spesso estrema, dei corpi. Ma non c’è nulla di oggettivo o intrinsecamente giusto in ciò; una storia raccontata da un celebre antropologo francese a metà del 1900, Claude Levi-Strauss, è esemplificativa in questo senso.

Claude si trovava tra i Caduveo, una popolazione che vive nel sud del Brasile. I Caduveo sono famosi per gli elaborati tatuaggi che ricoprono il loro viso e il loro corpo.
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Claude racconta dell’incontro tra i Caduveo e dei missionari europei: i missionari consideravano i Caduveo dei primitivi selvaggi che deturpavano la purezza del corpo data da Dio.

Ma la cosa divertente è che i Caduveo esprimevano lo stesso giudizio nei confronti degli europei: scandalizzati e disorientamento dai corpi degli occidentali, lasciati nudi e crudi come animali, senza alcun segno di distinzione e di civilizzazione.

Infatti questa era la funzione dei tatuaggi, per i Caduveo: un segno distintivo di civiltà.
Al giorno d’oggi, in cui le differenze tra culture non sono più così totalizzanti ma ognuno di noi ha la possibilità di navigare tra culture diverse e trovare la propria dimensione (vd questo post), anche il concetto di bellezza si adegua.

Ovvero, ognuno di noi può trovare cosa è bellezza per sé, cosa fa stare bene, cosa dà ordine e significato alla propria esistenza…allora, quale è la tua?

Ti serve qualche altro spunto? Ecco qua:

  • Una mostra passata sulla bellezza nella civiltà Maya
  • Una mostra futura su Botero (immagine di copertina) Ti chiedi perché Botero raffigurasse solo persone grasse? Per lui non era così, senti cosa ha da dire in merito: “non dipingo donne grasse. Nessuno ci crederà, ma è vero. Ciò che io dipingo sono volumi. Quando dipingo una natura morta dipingo sempre un volume, se dipingo un animale lo faccio in modo volumetrico, e lo stesso vale per un paesaggio. Sono interessato al volume, alla sensualità della forma. Se io dipingo una donna, un uomo, un cane o un cavallo, ho sempre quest’idea del volume, e non ho affatto un’ossessione per le donne grasse”… se lo dice lui…

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