Girlboss: storia di un’evoluzione

“I’m the one who created this company from nothing.

I’m the vision.

I’m Nasty Gal.

Everything you do could be done by an intern.”

 

Non mi aspettavo molto da Girlboss. Avevo letto solo review negative, come quelle su Wired e su Vanity Fair.

Il libro, il quale ha lo stesso nome, mi era stato consigliato da Wonder Glitter, e si é ritagliato uno spazio nella mia libreria circa un paio di mesi fa.

 

girlboss pinterest

Girboss (il titolo del libro é lo stesso della serie tv) é scritto da Sophia Amoruso, la fondatrice di Nasty Gal: un negozio online che vende vestiti vintage. La serie tv si ispira al libro solo per una piccolissima parte, come ricorda la frase iniziale prima di ogni episodio: “liberamente basata sui fatti reali, molto liberamente”.

girlboss libro

 

Il libro mi é piaciuto molto. Trasmette molti concetti che spingono il lettore a raccogliere il coraggio e provare a misurarsi con nuove avventure e nuovi modi di pensare. Sophia é una ragazza piena di energia che é riuscita a creare un impero dal niente: la tipica storia americana che ti stimola a rischiare per realizzare i tuoi sogni.

Peccato peró che la sua azienda (Nasty Gal appunto) sia fallita l’anno scorso, dopo che Sophia è stata accusata di aver licenziato alcune dipendenti perché in dolce attesa (.

 

Dall’altra parte c’è la serie tv, che però rischia di lasciare molti lettori delusi. Ho cercato di capire per quale ragione ci fosse questa sensazione di disagio nel guardare lo show e, soprattutto, perché si trovino in rete recensioni così negative. La conclusione a cui sono giunta è che il personaggio di Sophia, interpretata da Britt Robertson, é una ragazza scomoda, irrequieta, creativa, impaziente, dinamica ma, prima di tutto, maledettamente millennial. Ci sono varie ragioni per cui uno spettatore può trovare il personaggio sgradevole: sia perché non è in grado di capire la generazione di cui Sophia fa parte, quella appunto dei millennials, in cui rientro anche io secondo la classificazione standard; oppure perché ripudia la stereotipizzazione che, per fini puramente cinematografici, ne viene fatta. Il vero succo della storia, un American Dream ambientato ai tempi nostri, in cui una giovane donna si rimbocca le maniche e crea un business da miliardi di dollari, fatica a risaltare perché soffocato da tutti gli eccessi e i difetti della protagonista, che vengono continuamente sottolineati.

 

Girlboss Sophia

 

Qual è stata la mia puntata preferita della serie? Direi senza dubbio la decima, “Vintage Fashion Forum”. Partiamo dal concetto che una delle sfide che i registi si trovano a dover superare oggi è trovare modi innovativi per rappresentare la costante presenza della tecnologia nelle nostre vite. Ad esempio, ricordo i text message a pop-up di Sherlock (la versione di Johnny Lee Miller) o Carrie di Sex and the City, che ci leggeva ad alta voce i messaggi che riceveva sui suoi dispositivi mentre noi vedevamo il testo scorrere davanti ai nostri occhi.

In Girlboss, succede qualcosa di davvero bizzarro, ma al contempo estremamente affascinante. La regista, Jamie Babbit, si trova davanti all’ardua impresa di rappresentare un forum di discussione online in cui alcuni seller di eBay si riuniscono per sparlare di Sophia e del suo business. Non voglio svelarvi troppo, ma il modo in cui questa scena viene rappresentata è, per me, veramente azzeccato. A livello tecnico e di intuizione, penso valga da solo il prezzo del biglietto (o, nel nostro caso, di un mese di Netflix). Viene messo in risalto come le persone esprimano le loro opinioni in un modo che non faremmo mai se ci incontrassimo attorno ad un tavolo; si mettono a nudo le incomprensioni che scambiare idee via tastiera provoca, si sottolinea come alcuni utenti vogliano soltanto seminare zizzania pur non avendo mai letto il contenuto della discussione. Lo stiamo vedendo tutti i giorni: il web ha il potere di connettere tutta l’umanità come una grande famiglia, ma ha anche il potere di escludere ciascuno di noi nei modi più violenti ed incivili. Una scena davvero interessante ed innovativa che, ancora una volta, ci spinge a chiederci se davvero ci comporteremmo così se ci trovassimo l’uno davanti all’altra e non fossimo invece nascosti dietro un monitor, che è una porta sull’universo ma anche uno specchio che nasconde agli altri la nostra identità.

 

Girlboss victory

 

Tiriamo le fila: Girlboss sì o Girlboss no? Io dico si. E lo dico perché la storia di Sophia Amoruso é una storia che andava raccontata, soprattutto nel 2017, perché la fuori che ancora chi non si sente abbastanza forte per farcela. Anche TechCrunch sostiene che nel 2017 solo il 17% delle startup sono state fondate da una donna. Parlo quindi a tutte voi li fuori con un’idea o una passione: studiate, provate e lanciatevi. Altrimenti, non potrete mai sapere se sarete potute diventare la prossima Sophia.

 

 

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