“Pare Brutto”: perché?

L’egemonia del “pare brutto” è stata il principale collante culturale del Paese nell’ultimo secolo e mezzo. Un inibitore sociale trasversale da nord a sud creato per rinnovare tradizioni ed abitudini di cui si è perso il senso logico, e che vengono perpetrate grazie al timore del vuoto che andrebbe riempito da nuove decisioni che non abbiamo voglia di prendere.

Il “pare brutto” ha segnato la Storia innumerevoli volte

– A Ponzio Pilato pareva brutto uccidere Gesù, ma di sicuro pareva brutto anche dover discutere con le gerarchie giudaiche, quindi trovò la celebre scappatoia per non avere fastidi con gli indigeni visto che era un bel po’ che si sbatteva per romanizzare la provincia e la cosa non gli stava riuscendo granché bene.

– Il popolo tutto si strinse a coorte non perché ci andasse davvero di conquistare l’Etiopia e avere l’Impero, ma perché pareva brutto essere gli unici fessi senza colonie e che figura che ce famo?

– Il Cardinale Ratzinger non aveva nessuna intenzione di fare il Papa, ma accettò perché altrimenti pareva brutto e a carica assegnata non si guarda in bocca.

– Frodo Baggins portò l’Unico Anello perché a Gandalf pareva brutto negargli questo onore dopo che si era pure preso una coltellata per portarlo fino a Gran Burrone.

Il “pare brutto” al giorno d’oggi è una proiezione sintetica del pericolo che spinge la nostra azione verso lidi sicuri ed approvati, e il ruolo che fu dei sommi sacerdoti per Pilato oggi è ricoperto da madri, suocere, capi ufficio, colleghi, gente su Facebook che non frequentiamo ma della cui sensibilità ci preoccupiamo.

In quanti casi diciamo pare brutto e quante volte vi abbiniamo il sopra citato che figura che ce famo per enfatizzare il fatto che non siamo noi ma gli altri ad avere la colpa di qualche ingiusta condotta?

E quando, invece, il pare brutto è impropriamente utilizzato per coprire invidie e bile che non riescono a spurgare?

In pratica, quali casi ci muovono all’azione o all’inazione perché altrimenti pare brutto?

    1. Usare la prima persona singolare. Noi abbiamo l’idea, anche se i soggetti terzi che dividono il noi con te non sanno di cosa si stia parlando. Pare brutto prendersi il merito.
    2. Non partecipare al gruppo whatsapp dei colleghi. Pare brutto perché sembra che non si voglia essere social.
    3. Scrivere “appena possibile” anziché “asap”. Pare brutto dimostrare di avere il tempo di scrivere in italiano quando tutti sono così busy.
    4. Non guardare la posta in ferie. Pare brutto perché se ti riposi vuol dire che non servi davvero.
    5. Stare a casa in malattia. Pare brutto perché sembra che stai giù per uno starnuto e invece Gigi dell’ufficio acquisti è venuto in ufficio pure quella volta che aveva la Dengue e poi ha infettato tutto l’ufficio ma era un periodo davvero full e lui era fondamentale.
    6. Non andare alla cena dell’ufficio. Pare brutto perché sul serio preferisci andare al saggio di tua figlia? E il networking?
    7. Non invitare i prozii acquisiti al matrimonio/non andare al matrimonio di meta-cugini acquisiti. Pare brutto perché… Perché… Non c’è un perché.
    8. Non lamentarsi del proprio fisico. Pare brutto perché se non ti lamenti un po’ del tuo corpo sei un esaltato che non si rende conto che ha dei difetti e ampi margini di miglioramento. Chi ti credi di essere per non lamentarti del tuo fisico, eh? Adriana Lima?
    9. Parlare l’inglese con una pronuncia appropriata e gradevole. Pare brutto perché tanto sei italiano, che te metti a fare la pronuncia? Vuoi dimostrare di essere migliore di noi? Eh? Eh? Guarda che anche io viaggio, l’altr’anno sono stato a Sharm.
    10. Essere belle, educate e intelligenti. Non si fa. Due occhiaie il lunedì mattina tu le devi avere, per rispetto. Una parola cattiva su qualcuno, ogni tanto, ti deve sfuggire. Qualcosa la dovrai sbagliare, no? Che diamine, la smetti di farci sentire inadeguati?

 

Insomma, il nucleo, il kernel, la base vettoriale di tutta la questione è questa: devi soffri’.

Pare brutto serve solo a questo: se si vede che non soffri, la gente se ne ha a male e in qualche modo te la farà pagare.

Tutto il casino de Il Conte Di Montecristo parte proprio per quello, rammentate? Non è la vendetta, il fulcro: è che se Edmond Dantes si fosse fatto i fatti suoi e avesse detto a quei tizi che “sì, Mercedes è carina, però è una rompipalle” e che il lavoro andava così così nessuno gli avrebbe fatto niente.

E ora la domanda: siamo sicuri che siano davvero regole da non infrangere?

Siamo sicuri che, con una botta di consapevolezza, non potremmo prendere decisioni più oneste? E saremmo pronti a pagare lo scotto sociale che deriverebbe dal dire no al pare brutto?

Fatevi sentire.

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