L’ingrediente fondamentale per ottenere il massimo dai tuoi anni all’università

Cara Marina

Grazie per le tue riflessioni…leggendole ho rivisto me vent’anni fa al termine del liceo -non mi vedevo in nessun corso di laurea ‘tradizionale’, in nessun lavoro normale -, quindici anni fa al termine dell’università – da cui uscivo con ancora tanta voglia di sapere – e oggi…che lavoro all’università e mi sento spesso un pesce fuor d’acqua.

Già a partire dall’ultimo anno del liceo lavoravo come fotografa e gestivo un negozio…avevo già una mia vita indipendente; e chi me lo faceva fare di rinchiudermi in un’aula? Ho sempre avuto ottimi voti con poco sforzo, ma sentivo che la vita, quella di cui mi sforzavo di trovare il significato, non era nelle aule ma nel mondo reale. Ho quindi scelto di iscrivermi a filosofia con indirizzo antropologico; non essendoci materie di laboratorio potevo continuare a fare la mia vita. Ma, soprattutto, ho scelto antropologia perchè volevo esplorare modi di vita e di pensiero al di là degli schemi precostituiti. Durante gli anni dell’università, e gran parte del dottorato in Svizzera, ho lavorato come maestra di sci tra la Svizzera, la Francia e l’Italia, viaggiando anche molto per una mia grande passione: il kitesurf. Lo sport, per me, non è semplice svago; è un modo diverso attraverso cui pensare ed elaborare le idee, non solo con la testa ma con tutta me stessa, con anche il corpo e attraverso ciò che mi circonda.

Durante un allenamento di kitesurf, pochi giorni dopo la mia prima tappa del campionato mondiale, mi feci male al ginocchio e il giorno stesso dell’operazione scoprirono che ero incinta! Bum, la vita cambiava, bisognava diventare grandi!! Mi addottorai, poi arrivò Alice, il più bel regalo della mia vita e quando Alice aveva due anni partimmo per l’Australia per un post-dottorato, dove finalmente, per la prima volta dopo tanti anni di studio, trovai delle vere mentor: chi ti prende per mano e ti fa crescere per pura generosità intellettuale. In quegli anni il CV crebbe velocemente: pubblicazioni, finanziamenti, incarichi, insomma tutto oro che luccica da fuori ma in realtà dentro di me cercavo altro, mi sentivo schiacciata da un sistema esaltante ma soffocante al tempo stesso.

Da una parte, per me, l’università è amore: un luogo privilegiato u incontrarsi e trovare un senso a ciò che ci accadde attorno, conoscere e esplorare assieme; ogni anno imparo tantissimo dai miei studenti, da molti miei colleghi e dalle nostre sperimentazioni collettive. Dall’altra è odio: l’università è molto di più di quello che voi studenti vedete. Molti dei vostri prof. sono gravemente sottopagati e con contratti a tempo determinato nonostante CV eccellenti. Da una parte, c’è chi si divide tra altri lavori e lavoretti che tolgono tempo all’insegnamento, dall’altra si crea una sorta di ‘selezione naturale’ dei docenti: non è detto che resista il migliore o il più appassionato, ma spesso resiste chi ha alle spalle una famiglia o una situazione che permette di non dover essere economicamente autonomo, vd. qui. E alla, fine, chi paga il prezzo siete voi, miei cari studenti, e la qualità dell’insegnamento, vd qui. Inoltre, l’università è sempre più assimilata in protocolli istituzionali di controllo e di riconoscimento che poco hanno che fare con la conoscenza, la creatività e la ricerca. I docenti sono fagocitati da innumerevoli e fantasiose pratiche amministrative che lasciano poco tempo per quello che dovrebbe essere il loro vero lavoro.

Tutto questi fattori alimentano un sistema di potere interno atto alla salvaguardia di privilegi già assegnati attraverso una gerarchizzazione estrema e lotte sanguinarie che provocano frustrazioni ed ego smisurati e quindi sospetto e censura dell’innovazione e della creatività, ogni qual volta questa si configuri come qualcosa di non ‘allineato’. Dato che molte delle energie del sistema universitario sono concentrate ed imprigionate in queste vicende, poche energie rimangono per immaginare qualcosa di veramente nuovo, per esplorare e per innovare. Voi stessi studenti assimilate questo clima: spesso mi trovo davanti studenti impauriti di dire la loro, di dissentire…ma a cosa serve un’università se non a sviluppare uno spirito critico?? Ovviamente sto descrivendo una situazione generale; esistono all’interno delle università, come quelle dove insegno io attualmente, persone e gruppi che lottano – non senza conflitti e rischi – per cambiare e aprirsi al mondo; vedi per esempio, qui. E vedi anche qui  e qui.

Queste considerazioni mi hanno sempre accompagnata ma andavo avanti come un mulo. Poi, improvvisamente, tutto nella mia vita cambia. Nel 2014 insegnavo in Svizzera, perdo un bimbo al sesto mese di gravidanza. Un trauma pazzesco che mi sollecita a guardarmi davvero in faccia e stabilire delle priorità. Lascio uno stipendio e situazioni di lavoro inimmaginabili per gli standard italiani e torno a quella che ho scoperto essere ‘casa’, il mio piccolo paesino di 900 anime nelle Dolomiti, decisa a fare qualcosa lontano dall’università che percepivo ormai come tossica. Ad oggi, abito sempre nel mio paesino di montagna che mi aiuta a avere una prospettiva un po’ distaccata e diversa sulle cose, ma alla fine mi sono trovata a tornare a lavorare in università perché non riesco a stare lontana da quel luogo di insegnamento e ricerca che spesso mi fa arrabbiare ma che anche mi nutre: la passione, l’intelligenza, la curiosità e i sogni dei miei studenti e di alcuni miei colleghi, le loro paure e le nostre sperimentazioni sanano ogni giorno le mie ferite e mi caricano. Ma dal cucuzzolo della montagna sogno…sogno un modo nuovo di formare e apprendere, con metodologie diverse, in luoghi diversi, al di là delle barriere disciplinari e istituzionali…ci sto lavorando su.

Quindi, cara Marina, vengo alle tue domande. Perdonami per il lungo detour ma volevo farti capire quale è stato il mio percorso, di modo che tu stessa abbia degli strumenti per analizzare criticamente le mie risposte alle tue domande. Come appassionarsi allo studio senza lasciarsi opprimere dai metodi di studio tradizionali? Il consiglio più prezioso che darei ad uno studente è quello di essere consapevole che quello che verrà insegnato è una versione, solida e autorevole, ma una tra tante. E’ importante quindi selezionare e individuare le cose che più ti interessano con una buona dose di anarchia (tanto il voto e il titolo sono ormai una cosa marginale, e lo saranno sempre di più…). Quello che verrà detto a lezione è in realtà un trampolino di lancio: bisogna rimanere curiosi e darsi da fare per scoprire le altre versioni, e trovare la tua. Io insegno antropologia e l’antropologia offre proprio questo: la consapevolezza dell’esistenza di molte versioni della realtà e la capacità critica per comporre la propria versione. Quindi, al di là di cosa si studia, dovremmo tutti diventare un po’ antropologi. Al tempo stesso, però, il metodo di studio che tu definisci “tradizionale” ha un suo valore: in un mondo di ‘Mi piace’ e esperti alla ribalta offre una versione autorevole e ragionata del dibattito attuale. E’ una base solida da cui partire per poi volare. Ma poi per volare, al giorno d’oggi, ci sono tanti mezzi.

Il consiglio più prezioso che darei a un mio/a collega è invece quello di sapere cosa vuole: se vuole una vita tranquilla e una carriera sicura allora dedichi le sue energie a come allinearsi alle logiche dominanti (ma in questo sono davvero una cattiva consigliera); se invece è un esploratore/ice sia, come gli studenti, consapevole e curioso: un/a attento/a osservatore/ice dei suoi studenti e del mondo, sia pronto/a a imparare da loro e a modificare i programmi e metodologia, sia pronto/a a rompere gli schemi perché quello che davvero dobbiamo fare, come docenti, è aiutare gli studenti a orientarsi in maniera critica in un mondo che cambia. Ma gli/le direi anche che, se questo è quello che vuole, deve essere pronto/a ad assumersene le responsabilità, le difficoltà e i rischi, che non mancheranno. Avrà però anche soddisfazioni -meno eclatanti e visibili-, quelle che si generano ogni qual volta si tracciano sentieri poco (ri)conosciuti. Attenzione però: non è meglio chi innova rispetto a chi perpetua uno status quo. L’innovazione non è possibile se non all’interno di un sistema di convenzioni e un mondo lasciato in mano solo ai innovatori ribelli potrebbe assomigliare più a un incubo che a un sogno…detto questo buono studio a tutti/e!!

firma-roberta

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